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martedì, 31 gennaio 2006

   

LA DISCUTIBILE RECENSIONE DI ARTE FIERA #1
di LASIMA

*in rigoroso disordine alfabetico

Come al solito entro con la solita bazza come da 15 anni a questa parte. come al solito distribuisco bazze qua e là che alla fine rimango sempre senza biglietti...
Mi metto la gonna, una truccatina, e via al vernissage.
"ciaoooooo! sei bellissima!!! in forma smagliante!!! una ragazzinaaa!" ecchila... il resto della visita è una continua interferenza di "ciaoooo! sei..." ma io testa bassa mi concentro sui miei adorati quadri.
Punto come un cane da caccia le mie gallerie, mi muovo come un gatto tra gli stand, sguazzo beata in mezzo a questa discoteca del figurativo.

Il parere tecnico è di un'ArteFiera nettamente migliore degli anni passati, stand meno affastellati, buon equilibrio vecchie glorie / nuove proposte, su alcuni vado a colpo sicuro: gli splendidi Gilberto Zorio con i suoi sistemi chimici e le sue stelle cosmiche: Pino Pinelli con i suoi puri cromatismi straordinari, il mio amatissimo Matteo Basilè con le sue icone postmoderne di foto e simboli; Franco B con le sue installazioni intrise del suo sangue (vero) raccolto durante le performance; passando per i mostri sacri dell'arte contemporanea come Boetti, Basquiat, Fontana, fino alla storia stessa di De Chirico, Balla, Warhol.

Troppi sarebbero da citare, moltissime le opere da apprezzare. Insomma andare ad Artefiera per un amante d'arte (e una laureata in storia dell'arte contemporanea) equivale a portare un bambino nella fabbrica stessa dei giocattoli. Il contenitore non conta più, i galleristi autocompiacenti della loro interessata competenza non mi competono, l'artista preso dal suo lavoro senza coscienza di come sarà un domani ricordato non mi cale: conducendo l'amica che è con me per i padiglioni come se fossi una veneziana nei vicoli di Venezia, naufrago nelle figure, nelle installazioni, nei colori, nei segni, nei graffi, nei tagli, nei manichini, nelle foto, nelle sculture, nei grumi di materia, negli accrocchi di ferro e stracci, e sono felice.

   

LA DISCUTIBILE RECENSIONE DI ARTE FIERA #2
di MASO

Grazie alle bazze della Sima che ci ha procurato due tessere per Artefiera siamo entrati in tre.
L'Italia è anche questo.
Ma c'è qualcuno che paga per entrare ad Artefiera?
E' una domanda che ha bisogno di una risposta.

Caldi padiglioni illuminati a giorno espongono opere di cui non posso capire il valore, quindi mi faccio guidare dalle sensazioni della mia ignoranza guardando criticamente quello che mi piace e quello che non mi piace.
Non mi importa se un'opera vale 1.000.000 o se vale 30, se mi fa cagare, mi fa cagare e basta.

Sono libero di pensarlo, o almeno così credo.


Caricature di artisti eccentrici siedono nei loro stend e se la tirano sorseggiando frizzantini griffati. I ricchi non piangono, i ricchi espongono.
Alcune banconote da 100 euro fuoriescono dal culo di un omosessuale per scelta altrui che espone elementari quadri monocromatici con diagonali rosse, bianche, gialle e nere.
Mi fermo più del dovuto ad osservare queste righe su tela che non meriterebbero di essere esposte e l'artista si avvicina a me sorridendo "Ti pacciono?".
Lo guardo... Faccio trascorrere cinque lunghissimi secondi di silenzio e gli rispondo con hyronjco distacco "No".
Poi mi allontano sapendo benissimo che ad Artefiera non troverò mai le opere del nuovo Van Goggg.


* nota positivissima: il mio incontro con l'artista Sergio Dagradi presente all'evento come visitatore e non come espositore

   

LA DISCUTIBILE RECENSIONE DI ARTE FIERA #3
di MAX BARTENDER

Bèla vèz c'ho la bazza per entrare gratis ad Arte Fiera, ti interessa?
Fatti trovare alle 15 davanti all'ingresso nord che poi ti faccio aprire un cancello da un tipo che conosco...


Galvanizzato per la niùs ci fiondiamo in via Michelino in un attimo e lasciamo la macchina al comodo parcheggio a 10€, tanto poi entriamo agratis..
Dopo una vana attesa di quaranta minuti mi rendo conto che la bazza non era tale e ci avviamo mesti verso la biglietteria, costo del ticket: 15€.
Sono le 15e45 e abbiamo già speso 55€, si vede che Bologna teme la concorrenza delle fiere di Parma e Rimini; mi consola Sergio "Bisettrice" Dagradi, anche lui oggi niente bazze: la domenica no alle tessere abbonamento, tocca pagare - mal comune mezzo gaudio..

L'expo è divisa come a Sanremo tra il padiglione dei big e quello delle nuove proposte; visto che non ne conosciamo neanche uno, facciamo la scelta conservatrice e partiamo dai big
Ci trasciniamo per gli stand e dopo un po' mi sembra di essere Alberto Sordi alla Biennale nel film Dove vai in vacanza

Appena varco la soglia degli stand vengo immediatamente riconosciuto come uno che non ne sa mezza dai boriosissimi espositori; dopo mezzora di continue vessazioni decido di assumere la posa del visitatore che ne sa a pacchi:

* 10 minuti fisso davanti ogni singola opera
* braccia incrociate con mano che accarezza il mento di tanto in tanto
* aria da spocchioso e frasi prive di senso a go-go.

Miracolo: con grande deferenza mi offrono ostriche e champagne all'inutile asta-vernissage del principe degli aristofrik - Achille Bonito Oliva (ex curatore della Biennale in quota PSI).
Le bollicine cominciano a dare alla testa, è ora di tornare a casa.
Deluso: No anzi, per un giorno mi sono sentito anch'io artista, in fondo l'11 Marzo ci sarà l'inaugurazione della mostra Deiezioni Canine a Casalecchio di Reno


postato da: maso_ alle ore 00:58 | Permalink | commenti (260)
categoria:maso
domenica, 29 gennaio 2006

0.jpg BULAGNA I SO' FAT LA SO ZANT

 

Con questa frase, ammiccante in calce all’effige di Ivano Biagi fondatore dell’omonimo ristorante, sarete accolti nel nuovo locale in cui il figlio Fabio ripropone l’arte familiare di cucinare e servire piatti bolognesi. 

Vorrei raccontare del ristorante Biagi traendo spunto dalla conoscenza personale di Fabio e attingendo dai miei ricordi. Lascerei dunque perdere tutte quelle informazioni di convenienza che potete tranquillamente leggere sul sito, concentrandomi piuttosto sulle tre evoluzioni che ha avuto il locale mantenendo sempre il minimo comune denominatore della presenza della famiglia Biagi.

La genesi (e per alcuni anche la conclusione n.d.r.) ha avuto luogo alla rotonda di Casalecchio, quella che ormai viene definita la city emiliana data l’elevata densità di istituti di credito presenti. Ecco, lo storico locale ha avuto origine proprio lì ed è lì, di fianco al distributore di benzina della Esso, che si è sedimentata anno dopo anno la sua tradizione.

Il ristorante me lo ricordo pieno di oggetti che ora avrebbero senso solo in una bottega di modernariato, ma che una volta potevano sembrare ricercatissimi, come quegli enormi specchi con sovra impresso le marche di amari o di caffè oramai scomparse o assorbite da qualche big company d’oltralpe.

In quel periodo, il ristorante era ancora saldamente gestito dal padre di Fabio che ovviamente ERA il locale stesso e lo caratterizzava inequivocabilmente. Di Ivano mi ricordo le lamentose commiserazioni che ti riservava se veniva a ritirarti il piatto “che” non avevi finito tutto, oppure quando già satollo dei suoi primi osavi ordinare una qualche insalatina o verdura cotta invece del secondo. Ivano, come del resto Fabio, godeva di una corporatura importante che in una qualche maniera lo aiutava ad interagire con gli avventori. Tipo quando, attendendo di prendere la comanda, ti appoggiava con nonchalance la “buzza” sulla schiena obbligandoti a genufletterti per tutto il tempo dell’ordinazione. Oppure, come quella volta in cui assistetti ad un’involontaria ma spassosissima ola di teste di commensali spinte in sequenza verso il proprio piatto da un Biagi padre intento ad avanzare, con le braccia protese verso alto al fine di portare i piatti, fra due lunghe e molto ravvicinate tavolate.

Mentre per quanto riguarda i ricordi che ho di Fabio e del suo ristorante, sebbene non siano tanti avendolo conosciuto pochi anni prima della chiusura del locale di Casalecchio, sono perlopiù legati alle uscite in balotta che facevamo insieme. Mi ricordo i rientri a tarda notte dalla discoteca con fami chimiche mostruose ed il buon Fabio che, facendoci passare dalla porta di servizio del ristorante (che era poi il portone di casa sua), ci faceva entrare di sottecchi in cucina dicendo: “Oh ragazzi mi raccomando, non cominciate a spiluzzicare tutto quello che trovate, battezzate una sola cosa e finitela!”, mentre lui cominciava a dar giù di affettatrice alla mortadella. Purtroppo, però, ci dovevamo soddisfare solo con cibi freddi tralasciando normalmente la cosa a cui Biagi deve la sua fama più di ogni altro piatto: i tortellini. I tortellini di Biagi che di norma sono caratterizzati da dimensioni più ridotte rispetto a quelli tradizionali e che devono poter essere contenuti al massimo in, non-mi-ricordo-più-quanti, dentro un cucchiaio. Personalmente li trovo un po’ troppo piccoli, ma la maestria sta appunto nell’avere delle sfogline con delle dita così abili da poterli fare così minuti. Dal canto mio, ho sempre in mente un’altra sua specialità che ritengo sia uno dei suoi prodotti migliori: la crema. Prodotta artigianalmente con il doppio dei tuorli necessari, almeno a vederne il colore, veniva proposta sia sottoforma di zuppa inglese che di gelato.

Altra idea di Fabio era quella di organizzare cene per gli amici a base di tartufo in cui ognuno si faceva comprare il proprio tubero grattugiandoselo ad lìbitum sulle portate preparate ad hòc: tagliatelle al burro, cotoletta e per finire anche sul gelato.

Poi vennero gli anni bui e Biagi a seguito di una serie di avvenimenti fu costretto a chiudere ed a spostarsi in centro rilevando il locale che aveva ospitato lo storico ristorante “Alla Grada” ribattezzato, sia per godere dell’avviamento precedente, sia per rendere onore alla passata gestione “Biagi alla Grada”. Vuoi per l’importante investimento fatto, vuoi per la svolta diversa impressa alla cucina e forse anche per la disaffezione di alcuni clienti, Biagi è stato costretto a chiudere nuovamente il locale nel 2004 per poi riaprire un anno dopo, arrivando così alla terza ed ultima evoluzione, sulle ceneri dell’Osteria della Lanterna che, pensate un po’, è stata rinominata “Biagi alla Lanterna”. E qui ancora una volta Fabio, sua sorella ed alcuni dei fidi aiutanti hanno ripreso l’attività di un tempo come se nulla fosse successo.

D’accordo, qualcosa dell’antico è andato perso nei traslochi, forse impregnato nei muri dei vecchi locali o forse anche nel tentativo di Fabio di allineare la cucina ai tempi. Ora, se vi capita di andare, sappiate che Fabio spinge un po’ troppo secondo me sui tortellini alla panna. Non so come mai, ma voi insistete per quelli in brodo e poi lasciatevi tentare da un menù che ormai conosco fin troppo bene come il roast beef al barolo o la cotoletta alla bolognese, avendo la consapevolezza che questa volta potete limitarvi ordinando anche solo l’”insalatona Biagi” come secondo.

Ma se volete la prova del nove che siete proprio da Biagi e che la tradizione al fin non va mai persa, finite il pasto ordinando il gelato alla crema. Mentre lo gustate potreste avere come la sensazione di qualcosa di prominente appoggiato alla vostra schiena.

postato da: Piluto alle ore 23:01 | Permalink | commenti (35)
categoria:piluto
domenica, 29 gennaio 2006
Clicca sulla foto se non riesci a leggere bene... umarell!

IL FUTURO E' L'ANZIANO

Il discusso inserto saturdeiano di Repubblica "D la Repubblica delle donne" si accorge degli umarells e pubblica un articolo che a molti lettori dello Spettro di sicuro non è passato inosservato. Anche IntraAge (il primo portale per gli over Anta) parla di umarells e a Febbraio sul mensile GQ uscirà un articolo esaustivo su blog, bloggers e umarells presenti con i blogs a loro dedicati nella top 100 dei blog più visitati in Italia. Visto l'enorme successo dell'iniziativa, il vecchio blog degli umarells riprende vita e... [stei tiund]
postato da: maso_ alle ore 20:38 | Permalink | commenti (33)
categoria:maso
sabato, 28 gennaio 2006

LA CASALINGUA

Ennesimo colpo di scena spettrale, ovvero un programma radiofonico. A Bologna ce la tiriamo tantissimo con la cultura (Franco Alvisi ruls) e ognuno di noi millanta di saper parlare l'inglese. Sarà vero? Per alcuni forse si, per altri invece è vero che conoscono il globish (inglese maccheronico), quindi era opportuno utilizzare un media per realizzare un programma finalizzato a sondare questa scomoda realtà. Da un'idea di Beatrice di Pisa, Giovanna Fiorentini di Bolognadavivere (e ovviamente Maso) in collaborazione con A.L.C.E. Associazione Lingue e Culture Europee è così nata LA CASALINGUA, corso di inglese a raglio in onda dal martedì al giovedì verso le 9.45 sugli 87.700 e 87.900 mhz di Punto Radio. Un lavoro enorme, una roba tipo 90 puntate della durata di 3 minuti al massimo!!! Ma come funziona sta CASALINGUAViola Amara e Maso decidono di migliorare il loro inglese (loro ovviamente sanno il globish) e per fare questo coinvolgono l'insegnante madre lingua Alicia Wellness che dall'alto della sua esperienza gli insegnerà i segreti della lingua inglese, un casino di improbabili modi di dire e tanto altro... Buon ascolto!

* Dopo questa importante esperienza internescional, a breve, verranno sporadicamente pubblicati alcuni post in lingua inglese. "Lo facciamo per avere anche un pubblico Erasmus" dice PonyLuna. Staremo a vedere.

postato da: maso_ alle ore 13:25 | Permalink | commenti (30)
categoria:maso
venerdì, 27 gennaio 2006

uno scorcio del ghetto ebraico di Bologna

 

27 GENNAIO 2006.

BOLOGNA E LA GIORNATA DELLA MEMORIA 2006.

Io mi dedico allo studio della Shoah ormai da 10 anni e sono a uno stadio talmente iniziale che me ne serviranno altri 20 per campanarci qualcosa.

Cosa ci sta dentro questa riflessione? Cosa ci si porta dietro o si cerca di portare avanti, attraverso questo? Memoria collettiva, genocidio (e genocidi: tanti, infatti la Storia ne ha partoriti e ne partorisce in continuazione), concetto di sopravvissuto e di vittima (e quindi concetto di “colpa” che non è solo dei carnefici), storia, riflessione sulla modernità,organizzazione sociale, adeguamento al sistema, libertà , prigionia, attaccamento e distacco dalla vita, limite biologico e limite psicologico, Male e Bene solo per citare un infinitesimo di tutto quello che si attiva entrando in contatto con la Shoah.

Perché avere a che fare con l’Olocausto significa misurarsi, dolorosamente e profondamente, con i fondamenti stessi della nostra cultura e del nostro sistema, non solo storici, ma morali, identitari, personali e collettivi, simbolici e metaforici.

Quindi rinuncio fin da ora ad analisi più o meno approfondite e/o indottrinamenti da fermata dell’autobus e vi segnalo semplicemente che oggi è il Giorno della Memoria 2006 che l’Italia ha deciso di istituire con decreto legge

E’ stata scelta la data del 27 gennaio perché è il giorno in cui i Russi arrivano ad Auschwitz, aprono i