
RADICI BOLOGNESI DELL’HIP HOP ITALIANO
Nella primavera del 1992 esplose l’hip hop italiano, e l’hip hop italiano esplose a Bologna. Non solo. L’hip hop italiano a Bologna ci maturò anche (con validi – va detto – apporti milanesi): per molti l’hip hop di Bologna è ancora il miglior hip hop italiano, e certi album usciti a Bologna tra il ’93 e il ’96 sono ancora i migliori; insomma, nessuno dice «per l’epoca»: sono i migliori di sempre e basta, gli unici in grado di competere con l’hip hop americano, gli unici che quando li ascolti sono normali: le rime non faticano, hanno un senso, una poesia, le basi sono belle, ben costruite, sono vere. La parte visibile e udibile della storia comincia nel 1991: in Italia c’è solo l’Onda Rossa Posse di Roma, ma viene dalla politica e il rap si limita a usarlo; non c’è una ricerca stilistica, non ci sono i modi retorici e le metafore tipiche della tradizione. È sintomatico che nessuno si sogni di accusare l’Onda Rossa Posse di essersi appropriata di una subcultura che non appartiene all’Italia, e che invece questa accusa colpisca l’Isola Posse All Stars di Bologna quando esce Stop al panico/Stop War (Century Vox, Bologna, 1991): comincia la gestazione dell’hip hop italiano. Di lì a breve l’ondata: per la stessa etichetta escono nel ’92 Sfida il buio/Questione di stile di Speaker Dee Mo’ e DJ Gruff, e Slega la lega/Gara Dura dei Fuckin’ Camels in Effect (esce anche Fuecu/T’a Sciuta Bona: è l’inizio del reggae salentino e comincia la Bologna/Lecce Connection). Passaparola dell’Isola Posse All Stars è il pezzo definitivo, quello dove tutto è bello (tranne Papa Ricky): la posse di Bologna fa il bilancio della scena italiana, per prima dichiara che l’amore per la disciplina e per la subcultura hip hop è condizione necessaria della musica, prendendo implicitamente le distanze dal resto della scena e dal proprio precedente flirt con la finalità politica. È il termine della gravidanza: l'hip hop italiano è nato, l'Isola Posse si scioglie. Siamo arrivati al 1993, e mentre in tutto il paese fioriscono il rap politico e il crossover (in Italia se facevi il rap senza una chitarra o un testo politico ti schifavano) a Bologna dalle ceneri dell’Isola Posse All Stars nascono i Sangue Misto (Deda, Neffa, DJ Gruff), che non suonano le chitarre e nei testi parlano di quello che gli pare. Malgrado ciò, il loro album SxM (Century Vox 1994) mette tutti d'accordo. Si parla di capolavoro: il disco e il gruppo viaggiano a una distanza siderale da tutto ciò che la scena italiana riesce a offrire. Ormai il solco è incolmabile: Bologna stacca tutto e tutti, e i migliori d’Italia (vedi Kaos-One) vengono a incidere con la balotta. Il segreto? Il solito vecchio amore per la disciplina, lo studio dei classici americani, e il talento e la creatività che vengono messi nelle condizioni di uscire attraverso la tecnica: Neffa Deda e Gruff non hanno la mente imprigionata dall’ideologia dei rapper militanti, e una rima non viene cambiata solo per farci entrare Che Guevara. Contemporaneamente non scadono mai nell’insipienza e nella superficialità di molti dei puristi dell’hip hop deideologizzato. All'esaltazione della disciplina preferiscono lo studio della disciplina. Tutto normale, tutto semplice, eppure tutto dannatamente irraggiungibile per chiunque altro. Bologna diventa il luogo attorno a cui ruotano i migliori m.c. italiani, il centro assoluto della scena; e quando altre scene cominciano a farsi sentire, Bologna rimane lo standard da eguagliare, il riferimento. Per molti la scena bolognese di allora è lo standard tutt’ora. Bisogna solo decidere se è più bello SxM o il primo album di Neffa da solista, i Messaggeri della dopa (Polygram 1996). Pare che in dieci anni nessuno abbia saputo far di meglio.
















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