Cinque anni
Una sera di Marzo di cinque anni fa, smettevo di studiare verso le sei e mezza del pomeriggio. Avevo chiuso il libro di letteratura italiana archiviando per qualche tempo il Verismo di Verga. Mastro-Don Gesualdo seppellito con la sua roba mi aveva rattristato ma ero contenta di essermi lasciata alle spalle una bella fetta del programma di Italiano 2.
Bella serata, clima piacevole, un po’ caldo, aria da terremoto. Decido di farmi una passeggiata solitaria, prima di andare a casa. Piazza Santo Stefano, via Clavature, Piazza Maggiore e un po’ di cazzi miei su cui riflettere. Mi siedo sui gradini di Piazza Maggiore, all’epoca ancora si poteva. Respiro quell’aria piacevole e penso a Verga.
Siccome a quel tempo mi svegliavo alle 5 di mattina per lavoro, alle sette e mezza circa cominciavo a sentire un certo appetito. Mi alzo, mi incammino imboccando via Oberdan. Sapevo che il mio frigo era vuoto, come al solito. A quel tempo non ero circondata da
Plenty Market. Decido di mangiarmi un triangolo di pasta sfoglia, specialità albanese, in un posto in via Oberdan. Me lo aveva consigliato un mio collega quella stessa mattina. Mangio quei due triangoli di sfoglia camminando verso casa, piazza San Martino, passo davanti la Pizzeria Nicola’s, al Golem giro a sinistra e mi infilo nel Ghetto Ebraico, attraverso quel buco della Piazza.
Mancavano pochi minuti alle 8, c’era ancora tempo per Un posto al Sole.
Rallento il passo. C’erano sempre dei tossici i quella via, tutto il giorno, a tutte le ore ed io non mi sentivo molto sicura. Lo scalino del mio palazzo era molto comodo e, per questo, molto frequentato. I miei vicini di casa riuscivano a scavalcare la loro debolezza e i loro aghi con disinvoltura. Io non mi sentivo così invulnerabile e aspettavo sempre qualcuno a qualche metro di distanza per essere scortata. A volte aspettavo anche dei quarti d’ora, dietro qualche colonna, con il telefono in mano per chiamare Polizia o Carabinieri, perché il problema di sicurezza mi sembrava evidente. “Il buco non è reato”, mi risposero una volta ma non mi rassegnavo e continuavo a comporre quei numeri 2, 3 anche 4 volte al giorno e così le mie coinquiline ed altri vicini.
Quella sera oltre che calda sembrava immobile. Alle 8 meno qualche minuto non c’era un’anima viva in quella minuscola via del Centro di cui pochissimi conoscevano l’esistenza.
Nessuno.
Entro in casa. Mi faccio una tristissima macedonia con banane e kiwi, niente fragole, aspettando Un posto al Sole. Telefono ad una mia collega che abitava al piano di sopra. Due chiacchiere, si parla male dei nostri colleghi, si commentano i fatti di ordinaria tossicodipendenza della via. I suoi figli, piccoli ai quei tempi, di notte sognavano di essere inseguiti da drogati con delle siringhe, teneri incubi di bambini metropolitani.
La chiacchiera si interrompe. Il marito della mia vicina, amica e collega, era rientrato dopo pochi minuti, nonostante fosse appena uscito. “Hanno sparato ad uno di sotto” disse. Allora io passai dalla cornetta al citofono per una telecronaca dell’accaduto. Uscendo informai le mie coinquiline che fumavano in cortile. “Ecco per cos’era l’ambulanza”.
Andiamo in strada e vedemmo questo signore per terra, con un cappotto grigio. I miei vicini stavano rientrando dopo la loro lunga giornata di lavoro e non si curavano dell’accaduto. Dicevano che lo sapevano che prima o poi un fatto del genere sarebbe accaduto, sarà stato un regolamento di conti tra spacciatori. “Da qua pare abbia un’aria distinta, un signore con i capelli grigi, con il cappotto grigio e una borsa, non sembra un balordo” ma questi rientravano, legittimamente nelle loro case a godersi un po’ di tivvù.
E intanto il mio Posto al Sole se ne andava e la mia curiosità mi avrebbe fatto perdere anche Incantesimo. Ma la cronaca irrompeva nelle nostre vite studentesche, mi sarei rifatta la settimana successiva. Eravamo curiose di sapere che cavolo fosse successo, nessuno ci diceva niente, un poliziotto ci disse solo che era una “cosa grossa che neanche ci immaginavamo”. Noi pensavamo ad un delitto passionale, qualche marito geloso aveva scoperto il tradimento della moglie con questo signore grigio che abitava nella nostra via.
Quel signore non doveva stare troppo bene perché l’ambulanza non si muoveva ed era rimasta, spenta e silenziosa, in mezzo alla strada.
Intorno a noi visi tesi, si cominciava a capire che non era un regolamento di conti o un delitto per amore. Scissa tra la curiosità di seguire l’evento e Incantesimo, faccio la spola tra la strada e la tivvù. Verso le dieci passano dei titoli in sovrimpressione dicendo che quell’uomo con il cappotto grigio era stato ammazzato dalle Brigate Rosse.
Le Brigate Rosse in Via Valdonica, una via di dieci metri nel cuore di Bologna.
Ora i nostri occhi erano diversi fuori in strada sotto il portico, la gente intorno a noi si affanna a capire, a domandare, a interrogare. Chi è arrivato prima Carabinieri o Polizia? Conoscevate quest’uomo? Avete notato niente di strano? Qualcuno ha fumato in cortile, di chi sono queste cicche di sigarette?
Il circo mediatico era cominciato e sarebbe stato così ancora per qualche giorno. Il giornalista che aveva dato il lancio della notizia saltava felice, l’altro giornalista che avrebbe potuto darlo era in vacanza, perdendo così lo scoop della vita.
I miei vicini capiscono finalmente che il signore per terra non era né un drogato né uno spacciatore. Alcuni si cambiano più volte d’abito per non sfigurare davanti alle telecamere. La mia coinquilina non voleva che le telecamere la riprendessero mentre fumava, la madre non doveva sapere.
E poi i politici che arrivavano alla spicciolata e che rilasciavano fondamentali dichiarazioni in quella via stretta. Il loro ego enorme in una via stretta stretta.
Da quel giorno Via Valdonica non fu più la stessa. Pulita, controllata, ammirata, bonificata, visitata. Mai più un tossico sull’accogliente gradino.
Gente che scopriva il Ghetto Ebraico per venire a curiosare. Mi stupisco che nessun camioncino che vendeva panini con la porchetta fosse approdato in quella che ora è Piazzetta Marco Biagi.
Ora questo signore è tirato per la giacchetta da destra e sinistra, da Modena e Bologna, dal Comune e la Provincia, dall’Università e dal Carlino. Tutti ne erano amici, tutti lo stimavano, un genio del giuslavorismo nazionale.
Questo signore per me è, invece, un marito, un padre, uno studioso, un individuo, un vicino di casa, ammazzato una splendida sera di Marzo di cinque anni fa, in una minuscola porzione di città ora di tutti, non solo più mia.
Stamattina, uscendo di casa, becco una sdaura e un umarell, silenziosi, in preghiera, nel punto in cui morì Marco Biagi. Lui si è messo il cappelli sul petto, con la testa china, ha reso omaggio all'uomo.
Mi sembra la migliore iniziativa di commemorazione della giornata, il silenzio.