Quelli che adesso hanno dai
trent'anni in su, oltre ad essere dei gran nostalgici, sanno benissimo che a
Bologna il bullismo è sempre esistito, peccato solo che all'epoca non vi fossero i
videofonini (che di sicuro sarebbero stati rubatissimi) per documentare la modestia di ciò che accadeva a scuola, nelle case, alle feste, nei parchi... evriuer.
Anni torbidi, anni in cui nel silenzio di
Iu Tiub i cinni scurzoni prendevano sonori scopaccioni sulle gote, anni in cui se uno scoreggiava un pensierino leggermente diverso dagli altri veniva menato o isolato dal gruppo e catalogato come inopportuno, anni in cui i modesti dettavano legge con i loro stili di vita piatti e prevedibili, anni in cui lo spazio della creatività veniva lasciato in mano ai venti-trentenni, anni in cui uno a 40 anni era vecchio, anni in cui gli
umarells venivano ascoltati e rispettati, anni in cui il disinteresse nei confronti della politica faceva capolino tra paninari e piadinari, anni per certi versi molto simili a quelli che viviamo adesso, solo che eravamo più piccoli e adesso li mitizziamo.
Forse erano degli anni di merda, ma sono solo modeste sensazioni
bolognote buttate lì in questo modestissimo post che se uno non le ha vissute non le potrà mai capire ne tantomeno apprezzare.
Certo che a volte c'era da avere paura, i rischio di
fare a pacche (o semplicemente di prenderle) era sempre in agguato... poi il tempo passa, i
maragli crescono e adesso fanno ci fanno la morale e atteggiandosi da reduci del nulla rimembrano con entusiasmo la loro omologatissima ribellione fatta di vespe truccate con la coda di procione attaccata all'antenna, capelli lunghi fino al culo, gins rotti nel culo, canne, cagiva, uichend al mare alla rotonda del
Columbus di
Riccione, fidanzatine bionde e ubriacature sulla riviera romagnola che adesso però non gli piace più perchè non si può fare il bagno. I
maragli più facinorosi e più coerenti con il proprio percorso di autodistruzione in regolare
Zocca style sono stati spazzati via dalla droga, i più modesti ora rinnegano il passato, mitizzano il lavoro, il sudore, il
self meid men e fanno gli
"imprenditori" alla faccia dei
laureati precari che si lamentano sempre
, adorano i
SUV,
i centri commerciali, la villetta a schiena con lo spazio
barbechiu, il denaro,
scai per guardare le partite e i porno, la pleistescion al venerdì con gli amici, la cocaina e
Vasco Rossi che fa oh. Molti
ex maragli spesso hanno già almeno un figlio di 15 anni e sono pronti per separarsi e lasciarsi andare al turismo sessuale in balotta per qualche anno di nuova gioventù, poi colonizzare qualcuna (di solito una sudamericana) e dopo qualche anno tornare a
Bologna per rifarsi un nuovo periodo da reduce della modestia e mettere al mondo un'altra creatura da educare
maragliamente. Questi erano e sono i maragli, ma dall'altra parte della barricata c'era chi aveva paura di loro, tipo
il coinquilino che dal
suo blog ci segnala un racconto
vinteggg di
maraglieria bolognese altamente toccante:
quelli di via torino. Bravo!
Quando avevo 8 anni c’erano tre cose di cui avevo una folle paura: l’uomo nero, che alcuni anni prima, in piena notte, avevo visto roteare in aria nella mia cameretta dopo essere uscito da un’anta dell’armadio, i francobolli con la droga dietro, e
quelli di via Torino.
Adesso la zona in cui abitavo è una zona pseudo-residenziale prossima al centro, ma venti anni fa era quasi l’ultima periferia della città. Solo campi e pochi recenti palazzi dopo il
Pontevecchio, che non è quello di
Firenze sull’Arno, ma in un certo modo è in relazione con questo, visto che sopra ci passa il treno che da Firenze arriva o che a Firenze va, mentre sotto ci passa la via Emilia che spacca
Bologna in due correndo da est a ovest.
Non era l’ultima periferia della città, ma solo la penultima. L’ultima era la cosiddetta zona di
Via Torino. Questa zona, che in realtà era costituita da tante vie con nomi di città e regioni, era una zona di case popolari abitate da laboriose ma poco agiate famiglie, in gran parte provenienti dal meridione. Immigrati, si diceva allora. Pochi mezzi, povertà, insoddisfazione, malcontento. Probabilmente la difficoltà di inserimento nella realtà di una città che solo nell’immaginario è aperta. Una fucina di odio, rancore e rabbia questo agglomerato di periferia. Diciamolo pure, un piccolo
Bronx.
Il parchetto della
Lunetta Gamberini si collocava tra la mia via e il gruppo di case di
via Torino e dintorni, ciononostante non era frequente incontrare i ragazzi del
Bronx al parco. Loro non amavano il verde del parchetto, preferivano marcire sul loro cemento. Ma alle volte scorazzavano come barbari alla ricerca di un diversivo. Quando arrivavano si spargeva subito la voce:
“ci sono quelli di Via Torino!”. Ed era il finimondo.
Lo scopo delle loro scorribande era duplice: terrorizzare i gruppi di ragazzetti tranquilli e nella loro idea agiati e viziati, come eravamo io e i miei amici, oppure trovare da dire con i gruppi di ragazzetti meno tranquilli di altre zone. Un giorno memorabile corse voce che la banda di
Via Torino e quella del
Pilastro (un altro quartierino niente male situato un paio di chilometri a nord, e salito alla ribalta nazionale per via dell’omonima strage compiuta dalla banda della
Uno Bianca) si sarebbero dovute scontrare alla
“O”, nel piccolo
Luna Park momentaneamente alloggiato lì. La
“O” è una parte del parco di forma pressoché circolare attorno al cui perimetro corre una stradina asfaltata. Al centro della O era stato temporaneamente allestito un piccolo luna park, con autoscontri e pochi altri giochi. Le due teppaglie si scontrarono davvero. Anzi, per la precisione si incontrarono. L’aria era davvero tesa, e i due gruppi si guardavano molto in cagnesco. E noi, nascosti tra i cespugli, ci godevamo la scena, pronti a vedere lo scontro come in un film. Ma non successe nulla. Dopo una serie di urla terrificanti e lanci di insulti che non avevo mai sentito, e che sembrava dovessero preludere ad un massacro, se ne andarono tutti, con grande calma, un gruppo da una parte e uno dall’altra.
Molto più pericolosa per noi ragazzetti tranquilli era la nuova guardia. I piccoli teppisti che venivano a fare allenamento. Forti di una cattiveria a mio parere innata e gratuita e soprattutto della minaccia di chiamare i pericolosi “fratelli maggiori”, questi cinnazzi imperversavano pericolosamente. Un pomeriggio mentre io e il mio amico
Daniele scorrazzavamo allegramente in bicicletta (io con la mia bici rossa da cross, con cambio a tre marce, e il mio compare con la mitica
Graziella bordeaux di sua sorella) vediamo all’orizzonte due elementi sospetti. Avevano una faccia veramente malvagia cazzo! Si vedeva fin da lontano che avevano in mente qualcosa di infame. Ma se avessimo invertito la nostra marcia era più che ovvio che ci avrebbero dato la caccia per tutto il parco, e ce le avrebbero suonate. Allora tirammo dritti sperando che si facessero i fatti loro. E invece no. Sti due bastardi, appena gli passiamo di fianco, tirano una spinta al mio pedalante amico che fa un gran volo fin in mezzo al campo e rischia di rompersi una gamba. Poi raccolgono rapidamente la sua bicicletta da terra e filano via, uno ai pedali e l’altro in piedi dietro, sul classico portapacchi. Ma non si sono defilati, hanno continuato a girare nel parco con la sua bicicletta per tutto il pomeriggio, finché stanchi, verso sera, l’hanno abbandonata.
Un’altra volta uno di sti piccoli maledetti escrementi della società mi si avvicina mentre cammino per i fatti miei. Mi da una spinta e poi inizia a insultarmi. Voleva venire alle mani, ovviamente.
“Che cazzo spingi!” mi dice dopo avermi spinto lui, e poi mi colpiva in mezzo la petto con quelle dita luride della merda che lui stesso era.
“Eh!? Che cazzo vuoi?” continuava.
“Niente” e che dovevo dire? era piccoletto ma pieno di fratelli grandi e criminosi. Dopo un paio di altre spinte mi sputa sui piedi, e siccome non gli davo soddisfazione se ne va per la sua strada. E per me l’unica soluzione era almeno per quel pomeriggio non farmi vedere in giro, anche se non avevo fatto nulla.
La cosa brutta di questi incontri era che alla fine rimaneva sempre quella sensazione di essersi compromessi a vita, di essere definitivamente spacciati: avevi offeso uno di
via Torino, in un qualche modo che non riuscivi a capire, e allora eri finito, spacciato, ti avrebbero seguito e costantemente reso la vita un inferno. In realtà non era così, o forse avrebbe potuto esserlo la volta che reagivi, ma loro ogni giorno se la prendevano con chi capitava, per soddisfare la loro merdosa voglia di umiliare qualcuno e picchiarlo se capitava. Bulletti da strapazzo, cagate di cane.
Ora ho l’impressione che i famosi fratelli grandi non si sarebbero facilmente scomodati per così poco, che magari loro stessi avrebbero strigliato i loro fratellini per la loro insulsa cazzonaggine, mentre lo spaccio della droga e i furti di autoradio erano le cose che veramente contavano per loro.
L’ultima immagine che ho di questi reietti della società è un fotogramma impresso nella mia memoria, visto dalla finestra di camera mia quando ormai avevo 16 anni. Il padre di
Ivan, un altro amico mio, che ghermisce un badile verso un certo numero di questi maledetti, e un buon numero di vecchi del bar a dargli manforte. Anche mio padre, che scaricava casse da mezzo quintale per otto-dieci ore al giorno, prese rapidamente le scale per contribuire. Non ho mai saputo come fosse cominciato l’alterco ma a quanto pare era una specie di ribellione dell’intera via contro questi cresciutelli bulletti sconfinanti, che effettivamente da allora non ci hanno più dato fastidio, un po’ perché crescendo pure io sono uscito dal loro target, un po’ perché anche
via Torino ormai non è più ultima periferia, ma è quasi una zona del centro.