D’accordo, bisognerà spiegarsi bene. Altrimenti, chi non è di Bologna potrebbe pensare che si tratti solo di un folklore locale, che non riguarda il resto della Nazione.
Invece, il libro fotografico che stiamo per presentare dovrebbe interessare non solo ai nostri concittadini. Infatti, esso è
dedicato ad un tipo umano assai diffuso per tutta Italia, e anzi in tutta Europa.
Ognuno di noi prima o poi avrà dovuto farci caso, anche se si tratta di persone non molto appariscenti. Le quali tuttavia hanno molto da dirci.
Insomma, è appena uscito per i tipi della
Pendragon,
casa editrice bolognese, il libro fotografico
Umarells, di
Danilo “Maso” Masotti.
L’autore è un blogger di un certo livello, che in questa sua opera prima libraria ha raccolto le numerose istantanee che nel corso degli anni sono apparse sul suo
“spettro della bolognesità”, e soprattutto nel blog collaterale che da il titolo al libro:
Umarells
Che significa, anzi chi sono gli
umarells (con l'accento sulla e)?
Prima di spiegarlo è bene
chiarire perché sono così importanti. Anche coloro che a Bologna non hanno mai messo piede, se non transitando in treno per la stazione, dovrebbero perlomeno intuirlo.
Dietro l’epopea degli
umarells si nascondono infatti concetti, esperienze e problematiche universali. Come del resto si può capire anche dall’uso del plurale sassone, che da solo ci rivela come un vocabolo di chiara origine petroniana già da tempo si sia trasformato in una definizione
globish.
I superficiali pensano che gli umarells siano gli anziani. Non è del tutto vero, perché la mezza età è già più che sufficiente per entrare nel novero. Altri invece dicono che gli
umarells sarebbero i pensionati, a causa della loro caratteristica
vocazione a trascorrere le giornate osservando quelli che lavorano. E questa definizione è già più accurata della precedente, vista anche la sensibile differenza che in Italia intercorre tra l’essere vecchi e l’essere pensionati.
Nemmeno il fatto di essere in pensione, tuttavia, riesce ad esaurire il concetto. Infatti, a ben vedere non tutti i pensionati sono umarells così come non tutti gli umarells sono pensionati (nel libro di
Masotti c’è anche un’apposita sezione dedicata al rapporto tra
umarells e mondo del lavoro).
In realtà, lo stesso autore ha più volte chiarito che
l’umarell altro non è che
l’uomo della strada. L’uomo comune, senza particolari qualità, e in posizione di mezzo rispetto ad ogni possibile parametro statistico.
Medio per età, così come per livello di istruzione e tenore di vita. Un uomo normale, per quanto la sua vocazione da
umarell lo faccia apparire oggettivamente modesto. Del resto, coloro che si posizionano a metà di qualsiasi classifica socioeconomica, nella realtà appaiono assai meno brillanti di quel che dice la statistica.
Per questo l’umarell è una figura tipicamente bolognese, ma nel contempo universale. Eugenio Riccomini, erudito piuttosto famoso in città ma – come si conviene ad un certo stile felsineo – pressoché sconosciuto fuori dalle mura cittadine, sostiene che la caratteristica più spiccata del bolognese sarebbe proprio quella della medietà.
La vocazione di chi vive nel capoluogo emiliano è quella di aspirare a traguardi di alto livello, per poi doversi adattare alla posizione di centroclassifica, a volte cercando di dissimulare, ma altre volte con un certo provinciale compiacimento.
Ai bolognesi di tutti i ceti piace apparire, e vivere il più possibile alla grande. Di solito, senza essere mai stati in grado di scalare le vette più alte, ma nel contempo senza nemmeno essere mai caduti nel provincialismo gretto o nel degrado. Questo è vero in tutti i campi della vita sociale, dall’imprenditoria al mondo dello sport.
Così
l’umarell è diventato anche lui una figura universale. Anche perché il suo diffondersi è espressione di un conflitto generazionale che ci riguarda tutti. Annota il
Maso nell’introduzione:
“gli umarells hanno sempre qualche soldo da parte, ci aiutano a comprare la casa, quando tirano le quoia con la q ci lasciano in eredità denaro e/o immobili, educano i nipotini mentre andiamo a lavorare in cerca di improbabili realizzazioni mantenendo sia i nipotini, sia noi che andiamo a lavorare”.
Perchè proprio qui sta il punto.
L’umarell per diventare tale ha attraversato un’esistenza lavorativa, nella consueta posizione mediana, durante i lunghi decenni di vita italiana nei quali anche un operaio o un impiegato di fila potevano facilmente comperarsi la casa con il mutuo, e mettere pure dei soldi da parte.
Anche se di solito non è uno di quelli che hanno fatto il ’68 (sennò invece farebbe parte della classe dirigente), ormai l’umarell appartiene alla stessa loro generazione.
E difatti, grazie all’allungamento della vita media, la maggior parte degli umarells sono nello stesso tempo sia pensionati che di mezza età, semplicemente perché appartengono all’ultima generazione di italiani che ha potuto permetterselo. I giovani finanzieranno, in attesa di diventare
umarells anche loro, prima ancora di accorgersene.
L’umarell peraltro non è necessariamente comunista o di sinistra, anche se quando è
bolognese lo è nella gran parte dei casi.
Proprio perché a Bologna essere comunisti fa parte della normalità statistica.
Sono state le odierne legioni di
umarells, quando erano giovani, a ricostruire la ricchezza nazionale, a partire dagli anni nei quali i loro coetanei all’università si preparavano a dissiparla, sognando la rivoluzione. Ma nel contempo, sia i futuri umarells che i sessantottini sapevano in partenza che avrebbero avuto vita relativamente facile fino alla vecchiaia, potendo contare su uno Stato assistenziale sempre più sprecone e dissennato.
Uno Stato che al contrario tutti noi che andiamo dai venti ai quarantacinque anni, che siamo figli o a volte già nipoti degli
umarells, stiamo pagando di tasca nostra. Senza poterci nemmeno sognare le pensioni che ora si godono gli umarells medesimi.
Per questo abbiamo bisogno di ereditare i loro immobili e di incamerare i loro aiuti economici, specie se vogliamo farcela ad avere bambini e a poter un giorno diventare umarells anche noi.
Comunque, il fatto stesso di essere
umarell significa rappresentare una risorsa universale. Nel suo omonimo sito, e poi nel libro,
“Maso” Masotti ci ha fatto riscoprire che gli
umarells sono ormai tantissimi.
L’invecchiamento della popolazione, e il fenomeno della denatalità, hanno fatto sì che ormai le nostre città sono invase dagli umarells. Non sono particolarmente appariscenti, in quanto usualmente sono già in strada alle sette di mattina, prima per fare qualche fila (non importa quale) negli uffici e poi la spesa alla coop.
E poi ci osservano e ci controllano.
Infatti il vero
umarell è soprattutto un controllore. Non avendo mai un cazzo da fare (sempre a causa di quel discorso sul
welfare di cui sopra) il vero
umarell passa le sue giornate a osservare le nostre vite e controllare quel che ci succede.
Per questo
Masotti ha voluto iniziare a osservare loro, nel già citato blog intitolato all'
umarells uòtching (watching), dal quale il libro è stato tratto, e al quale ormai collaborano non pochi
umarells uòtchers che girano per le città e le campagne con la macchina digitale sempre in tasca.
Come dicevamo, gli
umarells non amano farsi notare, un po’ come gli
hobbits di
Tolkien. Però non sono necessariamente piccoli di statura, nonostante il nome (che nell’italiano di
Bologna si traduce con
“omarello”).
Infatti – non confondiamo – un uomo piccolo di statura a
Bologna è un
umarein, un
omarino. E anche lui può diventare una figura universale. Specialmente nella versione dell’
umarein pugnetta. Definizione che può sembrare poco lusinghiera, ma in realtà serve a definire un tipo umano decisamente positivo. Diverso, fin troppo diverso dal generico umarell, che invece è un passivo, un uomo che guarda.
L’
umarein pugnatta è un uomo piccolo di statura, ma estremamente energico e scattante.
Un uomo che diffonde attorno a sé ottimismo e una certa elettricità. Un uomo che non cade quasi mai e comunque si rialza sempre. Frenetico e molto propositivo. Tecnicamente immortale. Non vi ricordano qualcuno queste definizioni? A noi sì, e solo per quello a parlarne ci si apre il cuore.
Qualcosa da aggiungere?