
ANSIA DA MENSA
Chi legge lo
spettro sa che a me piace lavorare, ma mica sempre, solo ogni tanto, solo per fare cose che abbiano un senso, il resto è tempo creativo dove per creatività non intendo comporre canzoni, dipingere, scrivere, fare sculture, ma intendo
vivere. E' uno degli aspetti della
Maso philosophy. Lavorare tante ore non è affatto sinonimo di lavorare, anzi, spesso è solo dispersione di tempo che viene rubato ad altro. Lavorare tante ore tutti i giorni va bene se si guadagna tantissimo (sempre ammesso che questo sia un
obiettivo), forse. L'altro giorno tenevo un corso di
ueb duepuntozero a dei dirigenti segati da società che producono cose che non servono più e tra di loro mi ha colpito la storia di uno che era direttore di un importante centro commerciale che lavorava tutti i giorni dalle otto di mattina alle nove/dieci di sera, sabato e domenica incluso. Mi ha detto che l'unica soddisfazione che aveva era che quando gli chiedevano che lavoro facesse, lui rispondeva "Sono il direttore di ... " e tutti dicevano. Merda! Insomma, lui qua dopo sta vita una mattina si è guardato allo specchio e ha detto
"ma che caxxo sto facendo? Cosa me ne faccio di tutta sti soldi che non ho neanche il tempo di spenderli? Chi sono? Dove sono? Quando sono assente di me, da dove vengo, dove vado oh", poi è andato a lavorare e ha dato le
dimissioni e si è preso un anno,(ma anche due, tre quattro) sabbatico abbracciando interessanti teorie di
laif coccching, molto di moda in sti tempi dove la gente non sa più come gestire la propria vita non lavorativa. E' evidente che ci meritiamo tutto, anche il post di
PIluto, mio acerrimo nemico ;-)
Piluto è l’arcinemico dei seguaci della
Maso philosophy.
Piluto lavora tanto perché pensa che solo lavorando un uomo si realizzi e ogni tanto si chiede:
“ Ma un uomo senza lavoro che uomo sarebbe?”. Molto spesso però dopo questa domanda a
Piluto viene una gran fame e corre ad aprire il frigo per vedere cosa può addentare per sedare la sua brama di conoscenza.
Uno dei primi lavori di
Piluto consisteva nel verificare i bilanci delle società. Faceva il revisore dei conti presso una delle - che fa molto figo dirlo - big six dell’audit, ora ridotte a quattro per effetto di fusioni e frodi. Un lavoro che per alcuni rappresenta ancora adesso il massimo dell’ambizione, soprattutto qua a Bologna. Per altri invece, tra cui il sottoscritto, un ottimo trampolino di lancio verso altri e meglio pagati impieghi.
Era un gran sbattimento. Non meno di 10 ore di lavoro al giorno, molto spesso con sabato annesso e non sempre retribuito. Se avevi finito quello che avevi da fare, ma i tuoi capi erano ancora lì, dovevi inventarti qualsiasi altra cosa, anche fare delle fotocopie. Ma questa era la gavetta, dicevano. Il più delle volte in aziende fuori Bologna così che all’ora di tornare a casa ti aspettava ancora tutto il viaggio di ritorno.
In questa sorta di regime militare il momento di svago era rappresentato dalla pausa pranzo.
Alcune volte si andava a mangiare nel ristorante o nel bar più vicino all’azienda ed eri rimborsato a piè di lista. Altre volte capitava invece che l’azienda mettesse a disposizione dei poveri revisori la propria mensa aziendale, facendo così risparmiare un sacco di quattrini alla società di revisione.
Sebbene le mense che ho frequentato evocassero in me pensieri perlopiù legati al servizio militare, mi sono rimasti alcuni piacevoli ricordi. Anche perché per noi spinacce di assistenti di primo pelo era il momento per sparare cazzate e famigliarizzare. E fra tutte le sfighe che si può dire della revisione, il cameratismo e la solidarietà che si creava tra i ragazzi era un aspetto molto positivo che mi ha permesso di conoscere degli ottimi amici che frequento ancora adesso.
Ma per chi non ha mai avuto modo di mettere piede in una mensa aziendale, ecco cosa offre il panorama legato alle famose PMI bolognesi.
Mi ricordo la mensa di una nota azienda vicino all’aeroporto produttrice di lettori di codici a barre. Durante la mattina girava una specie di menù multiple choice in cui scegliere le pietanze. Primi, secondi, contorni, dolce e frutta. Una volta accomodati a tavola le nostre selezioni ci venivano servite dentro delle confezioni roventi di alluminio tipo take-away cinese. Il sottoscritto, molto goloso, inseriva normalmente un’ordine in più indicando una persona inesistente a cui affibbiavo i piatti più repellenti del giorno, robe improbabili tipo piatti per vegetariani o roba pesissima come formaggio fuso o polenta con sughi strani, solo per poter vedere che faccia avevano e ogni tanto, solo ogni tanto, anche assaggiarli.
La cosa più fantozziana di quella mensa, che per un periodo fu allestita dentro ad una specie di container prefabbricato, era che anche la proprietà mangiava insieme ai cari sottoposti, sebbene in un proprio acquario separato.
Altra mensa da far perdere la serenità era quella di una nota azienda nei dintorni di Bazzano che produce alcune parti per i caterpillar. Vassoietto sempre inspiegabilmente bagnato e tovaglietta d’ordinanza che trasportavi al tavolo con la bottiglia d’acqua sempre in equilibrio precario. Che poi però dovevi bere tutta per poterla mettere distesa sul vassoio altrimenti non entrava nell’alloggiamento dell’imponente carrello portavassoi. Lì potevi scegliere la tua pietanza tra i vasconi che la cuoca di turno scoperchiava descrivendoti tutta fiera il contenuto. Mi ricordo che mangiavi con un curioso odore di sfrido di ferro che ti riempiva le narici.
Lo stesso odore provato nella mensa di una società meccanica in zona fiera che ha il nome di una squadra di calcio e gestita da una delle famiglie più note di Bologna. Anche tale mensa era adiacente all’area di assemblaggio che ti sembrava di mangiare seduto al fine linea di un macchinario stando attento a separare i bulloni dalle foglie di insalata.
In un’altra azienda verso Castenaso che commercializza profumi venivamo invece convogliati verso non una mensa qualunque, ma alla Mensa. Direttamente nel sancta sanctorum delle mense, la sede della CAMST.
Ma il massimo dell’ardimento architettonico nella struttura di una mensa aziendale lo osservai presso un’azienda sulla A14 che si occupa di cantieristica e macchine per palificazione. L’architettura di tale mensa ricordava il Matrimandir
http://www.auroville.org/thecity/matrimandir/mm_main.htm de noantri e all'inteno di essa, l’impiegato e l’operaio che vi mangiavano, potevano al contempo assorbire i raggi cosmici catturati da tale cupola che infondevano loro forza e resistenza per quadrare i bilanci o manovrare il carroponte.
Per ultimo vorrei ricordare la mensa del
Centergross. Riguardo al cibo ed al locale c’è sicuramente di meglio ma essa può vantare un pregio non marginale… è murata di gnocca. Commesse o aspiranti tali, stagiste, stiliste, segretarie, modelle.
Italiane, Moldave, Ukraine, Nord Europee. Insomma un bel crogiuolo di razze e competenze che, credetemi, aiuta a mandar giù anche la bistecca più trista o la pasta più scotta.
Piluto