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mercoledì, 04 marzo 2009


ANSIA DA MENSA

Chi legge lo spettro sa che a me piace lavorare, ma mica sempre,  solo ogni tanto, solo per fare cose che abbiano un senso, il resto è tempo creativo dove per creatività non intendo comporre canzoni, dipingere, scrivere, fare sculture, ma intendo vivere. E' uno degli aspetti della Maso philosophy. Lavorare tante ore non è affatto sinonimo di lavorare, anzi, spesso è solo dispersione di tempo che viene rubato ad altro. Lavorare tante ore tutti i giorni va bene se si guadagna tantissimo (sempre ammesso che questo sia un obiettivo), forse. L'altro giorno tenevo un corso di ueb duepuntozero a dei dirigenti segati da società che producono cose che non servono più e tra di loro mi ha colpito la storia di uno che era direttore di un importante centro commerciale che lavorava tutti i giorni dalle otto di mattina alle nove/dieci di sera, sabato e domenica incluso. Mi ha detto che l'unica soddisfazione che aveva era che quando gli  chiedevano che lavoro facesse, lui rispondeva "Sono il direttore di ... " e tutti dicevano. Merda! Insomma, lui qua dopo sta vita una mattina si è guardato allo specchio e ha detto "ma che caxxo sto facendo? Cosa me ne faccio di tutta sti soldi che non ho neanche il tempo di spenderli? Chi sono? Dove sono? Quando sono assente di me, da dove vengo, dove vado oh", poi è andato a lavorare e ha dato le dimissioni e si è preso un anno,(ma anche due, tre quattro)  sabbatico abbracciando interessanti teorie di laif coccching, molto di moda in sti tempi dove la gente non sa più come gestire la propria vita non lavorativa. E' evidente che ci meritiamo tutto, anche il post di PIluto, mio acerrimo nemico ;-)

Piluto è l’arcinemico dei seguaci della Maso philosophy.
Piluto lavora tanto perché pensa che solo lavorando un uomo si realizzi e ogni tanto si chiede: “ Ma un uomo senza lavoro che uomo sarebbe?”. Molto spesso però dopo questa domanda a Piluto viene una gran fame e corre ad aprire il frigo per vedere cosa può addentare per sedare la sua brama di conoscenza.
Uno dei primi lavori di Piluto consisteva nel verificare i bilanci delle società. Faceva il revisore dei conti presso una delle - che fa molto figo dirlo - big six dell’audit, ora ridotte a quattro per effetto di fusioni e frodi. Un lavoro che per alcuni rappresenta ancora adesso il massimo dell’ambizione, soprattutto qua a Bologna. Per altri invece, tra cui il sottoscritto, un ottimo trampolino di lancio verso altri e meglio pagati impieghi.
Era un gran sbattimento. Non meno di 10 ore di lavoro al giorno, molto spesso con sabato annesso e non sempre retribuito. Se avevi finito quello che avevi da fare, ma i tuoi capi erano ancora lì, dovevi inventarti qualsiasi altra cosa, anche fare delle fotocopie. Ma questa era la gavetta, dicevano. Il più delle volte in aziende fuori Bologna così che all’ora di tornare a casa ti aspettava ancora tutto il viaggio di ritorno.
In questa sorta di regime militare il momento di svago era rappresentato dalla pausa pranzo.
Alcune volte si andava a mangiare nel ristorante o nel bar più vicino all’azienda ed eri rimborsato a piè di lista. Altre volte capitava invece che l’azienda mettesse a disposizione dei poveri revisori la propria mensa aziendale, facendo così risparmiare un sacco di quattrini alla società di revisione.
Sebbene le mense che ho frequentato evocassero in me pensieri perlopiù legati al servizio militare, mi sono rimasti alcuni piacevoli ricordi. Anche perché per noi spinacce di assistenti di primo pelo era il momento per sparare cazzate e famigliarizzare. E fra tutte le sfighe che si può dire della revisione, il cameratismo e la solidarietà che si creava tra i ragazzi era un aspetto molto positivo che mi ha permesso di conoscere degli ottimi amici che frequento ancora adesso.
Ma per chi non ha mai avuto modo di mettere piede in una mensa aziendale, ecco cosa offre il panorama legato alle famose PMI bolognesi.
Mi ricordo la mensa di una nota azienda vicino all’aeroporto produttrice di lettori di codici a barre. Durante la mattina girava una specie di menù multiple choice in cui scegliere le pietanze. Primi, secondi, contorni, dolce e frutta. Una volta accomodati a tavola le nostre selezioni ci venivano servite dentro delle confezioni roventi di alluminio tipo take-away cinese. Il sottoscritto, molto goloso, inseriva normalmente un’ordine in più indicando una persona inesistente a cui affibbiavo i piatti più repellenti del giorno, robe improbabili tipo piatti per vegetariani o roba pesissima come formaggio fuso o polenta con sughi strani, solo per poter vedere che faccia avevano e ogni tanto, solo ogni tanto, anche assaggiarli.
La cosa più fantozziana di quella mensa, che per un periodo fu allestita dentro ad una specie di container prefabbricato, era che anche la proprietà mangiava insieme ai cari sottoposti, sebbene in un proprio acquario separato.
Altra mensa da far perdere la serenità era quella di una nota azienda nei dintorni di Bazzano che produce alcune parti per i caterpillar. Vassoietto sempre inspiegabilmente bagnato e tovaglietta d’ordinanza che trasportavi al tavolo con la bottiglia d’acqua sempre in equilibrio precario. Che poi però dovevi bere tutta per poterla mettere distesa sul vassoio altrimenti non entrava nell’alloggiamento dell’imponente carrello portavassoi. Lì potevi scegliere la tua pietanza tra i vasconi che la cuoca di turno scoperchiava descrivendoti tutta fiera il contenuto. Mi ricordo che mangiavi con un curioso odore di sfrido di ferro che ti riempiva le narici.
Lo stesso odore provato nella mensa di una società meccanica in zona fiera che ha il nome di una squadra di calcio e gestita da una delle famiglie più note di Bologna. Anche tale mensa era adiacente all’area di assemblaggio che ti sembrava di mangiare seduto al fine linea di un macchinario stando attento a separare i bulloni dalle foglie di insalata.
In un’altra azienda verso Castenaso che commercializza profumi venivamo invece convogliati verso non una mensa qualunque, ma alla Mensa. Direttamente nel sancta sanctorum delle mense, la sede della CAMST.
Ma il massimo dell’ardimento architettonico nella struttura di una mensa aziendale lo osservai presso un’azienda sulla A14 che si occupa di cantieristica e macchine per palificazione. L’architettura di tale mensa ricordava il Matrimandir http://www.auroville.org/thecity/matrimandir/mm_main.htm de noantri e all'inteno di essa, l’impiegato e l’operaio che vi mangiavano, potevano al contempo assorbire i raggi cosmici catturati da tale cupola che infondevano loro forza e resistenza per quadrare i bilanci o manovrare il carroponte.
Per ultimo vorrei ricordare la mensa del Centergross. Riguardo al cibo ed al locale c’è sicuramente di meglio ma essa può vantare un pregio non marginale… è murata di gnocca. Commesse o aspiranti tali, stagiste, stiliste, segretarie, modelle. Italiane, Moldave, Ukraine, Nord Europee. Insomma un bel crogiuolo di razze e competenze che, credetemi, aiuta a mandar giù anche la bistecca più trista o la pasta più scotta.

Piluto
postato da: maso_ alle ore 10:04 | Permalink | commenti (18)
categoria:piluto
venerdì, 06 febbraio 2009


ANCHE I BANCARI MANGIANO


A grande richiesta, un post da taffio del grande Piluto.
A vaga a magner di là in cucina che mi è venuta fame.

Per un funzionario di banca come me l'ora di pranzo è molto importante, quasi vitale. Tale momento rappresenta l'opportunità per incontrare persone e mantenere quella rete di contatti tanto utile per il mio lavoro, oltre che per rifocillarmi e finire di leggere i giornali.

Essendo un bancario goloso e senza obblighi di timbrature, mi piace concedermi tutto il tempo che occorre per gustare fino in fondo ogni posto che frequento. Anche da solo, che fa tanto milanese che le altre persone ti guardano come se fossi un reietto senza amici con cui condividere il pranzo.

Purtroppo nei dintorni della mia banca non è che i ristoranti facciano a cazzotti, però ingegnandosi si può trovare il posto giusto a seconda dei desideri.

Desideri che molto spesso si piegano alla dura legge dei ticket restaurant.

Quelli di cui vengo fornito valgono euro 5,20 cadauno. Al leasing sono più fortunati: 5,29 euro.
Il mio pranzo tipico è composto da una pietanza, normalmente insalata + mezza d'acqua + caffè.
Difficilmente si riesce a stare dentro un ticket. Solo al baraccio di fianco all'Antoniano riesci a farcela, ma lì ti scontano la tristezza che ti attanaglia il cuore e non ti molla più per tutta la giornata.

Aggiungendo metà ticket si può pranzare all'Oro Bianco, ex Edelweiss a porta santo Stefano ora di proprietà di Chionna quello dei 9.2. Lì a parte gli insulti di Serena, una delle quattro bariste, c'è una discreta scelta di piatti, ma a meno che non sia bella stagione e ci si possa accomodare nel dehor fuori, sei costretto a mangiare in piedi.

Con due ticket puoi permetterti di andare da Pino in via S. Stefano dove puoi mangiare una delle migliori pizze di Bologna. Qui potete anche gustare il piatto che mi hanno dedicato, cioè petto di pollo con verdure saltate detto il "Piatto del Conte" a causa del simpatico soprannome con cui mi hanno marchiato quei “burloni” dei miei colleghi. Sempre e rigorosamente accompagnato dalla fornarina, che se siete più di tre viene servita di dimensione veramente importanti.

Per riuscire a mangiare sempre al prezzo di due ticket mi devo spingere ai confini dell'impero verso Regina Margherita, dove il solerte gestore mi accoglie con danze locali napoletane, qualche volta vestito in costume tipico e a prescindere che io abbia mangiato o no mi chiede se è andato tutto bene.

Salendo di prezzo e aggiungendo una piccola differenza ai due ticket posso gustare il raffinato macrobiotico del Clorofilla di Strada Maggiore alternando verdure al gomasio, bistecche al seitan o un bel piatto fumante
di tempeh che non ho ancora avuto il coraggio di ordinare. Attenzione però! Il caffè sa di erbe officinali andate a male.

Capita però che verso la fine del mese i ticket siano esauriti, avendone infatti usati due alla volta, e quindi mi diriga verso quei ristoranti che non li accettano.

Sempre nelle vicinanze della banca, in Viale Oriani, si può provare l’osteria dei Cavalieri dove ci sono i veri sboroni che mangiano con il range rover sport bianco buttato sul marciapiedi di fronte, proprio di fianco ad uno degli ultimi vespasiani rimasti.

Spingendosi verso il centro sul lato sinistro di via santo Stefano, poco dopo la libreria per bimbi Lilliput, ci si può imbattere in un impercettibile baretto a forma di stretto budello in cui si può mangiare un menù fisso composto da primo, assaggini e dolce a 7 euro, acqua e caffè compresi. Si tratta dello spaccio della cantina di Bazzano il cui ristorantino fa da catalizzatore per la degustazione e l'acquisto del vino. Inoltrandosi per via S. Stefano e salendo su per via dei Coltelli ci si può fermare da Casa Carati, ma a proprio rischio e pericolo perchè trattasi di trattoria bella e buona dove poi fai fatica ad alzarti dalla sedia, anche se hai mangiato solo un minestrone.

Esiste anche un bar su S. Stefano proprio di fianco alla gelateria angolo via Remorsella. ACHTUNG AVOID! E' gestito da un tipo col basco e occhialini simpatico come la piscia nel letto, che acidamente ti dice che lui i ticket non li prende e ti fa sedere in tavolini grandi come un foglio A4.

Se poi proprio quel giorno non hai un'anima di cliente che ti chiama, e ad oggi non è poi così inconsueto, ci si può allungare fino da Giampi e Ciccio già recensito qui,  dall'Infedele in via Gerusalemme che mangi tranquillo perchè c'è la macchina della polizia che ti protegge o dal super-fighetto-benestante Bricco d'Oro dove ci sono le trendy fighette che mangiano un piatto di riso in bianco e dove ti può capitare di incontrare i
commercialisti con il cappottino scriancato, gli avvocati con il bulbo tinto, i bancari che confabulano sui post-datati ed il proprietario, così incrediblimente identico a quel Furio di Verdoniana memoria, della prossima sede del tribunale che sta per essere ultimata.

A questo punto la camminata di ritorno che mi aspetta non può che favorire la digestione.

Piluto
postato da: maso_ alle ore 13:25 | Permalink | commenti (37)
categoria:piluto
mercoledì, 26 novembre 2008


ARACNOBUS

Il fuorisede di Terni che decanta il tortellino, ha stimolato il nostro gastronauta Piluto a scrivere un post, stavolta in versione spaidermen. Buona lettura.

Ultimamente, pur leggendolo sempre con interesse, mi paleso poco sullo Spettro.
Ed è durante questa lettura silenziosa che la scorsa settimana mi sono imbattuto in un post un po' più interessante degli altri, dove Kingfreak descriveva il mondo eterogeneo e multirazziale (diciamo così...) che popola gli autobus.
Detto questo, Piluto è uno che l'autobus lo prende o, come ama vezzarsi, utilizzarlo preferibilmente al di fuori delle ore di punta.
Bene. La linea che Piluto prende più spesso è la circolare periferica 38/39 che prima di addentrarsi in zona Mazzini, passa da alcune fermate di via Murri tra cui una chiamata inspiegabilmente "Ragno". Piluto, che notoriamente pensa, tutte le volte che ci passa davanti si chiede come mai si chiami in tal modo, spingendosi ad immaginarne i probabili motivi. Forse che nelle epoche preistoriche ci vivesse un enorme ragno abbattuto poi dalle locali popolazioni felsinee? O che magari ci fosse vissuto un tipo di nome Ragno che ha lasciato ai posteri qualche invenzione prodigiosa? Oppure che il toponomastico dell'ATC che ne disegna i tracciati abbia voluto lasciare un messagio criptico tipo Codice da Vinci nascosto nei nomi delle fermate?
Poi un giorno Piluto capisce scorgendo l'insegna della trattoria omonima dall'altra parte della strada: "Allora è la trattoria che da il nome alla fermata!" "... o no?
Boh, io comunque l'altra sera sono andato a mangiare proprio all'Antica Trattoria del Ragno ed ho avuto una piacevole sorpresa.
Il posto è abbastanza piccolo ma confortevole, di arredamento semplice ma accogliente ed a gestione familiare. La famiglia, soprattutto lui, non è caratterizzata da una simpatia siderale, ma a me l'oste burbero in fin dei conti è sempre piaciuto. L'importante è che ci sappia fare con le padelle.
In questo periodo, oltre ai piatti usuali, propongono anche un menù a base di tartufo a prezzi accessibili. Ovvio che se prendete tutto a base di tartufo, il prezzo lievita... machevelodicoaffare? Solo al giovedì sera fanno le crescentine.
A parte ciò il prezioso tubero si poteva assaggiare grattuggiato sopra a bignè di zafferano, tagliatelle, lasagne, cotoletta e uova al tegamino.
Dato che ai due babilonesi che cenavano con noi il tartufo ricordava, usando un eufemismo, fetide esalazioni di piede, sono stato l'unico a gustarmi una cotoletta con le odorose scaglie.
Per farla breve: 2 antipasti (c'è la crisi... abbiamo fatto da buoni fratelli), 2 primi, 2 secondi, 4 dolci + acqua, vino e liquore, €30 cadauno.
Il locale, che tra l'altro è sito in quel complesso di case stile vecchia Bologna che guarda anche su via degli Orti, ha un giardinetto carino dove si può banchettare durante la bella stagione.
Non fatevi dunque mancare l'ebbrezza di mangiare in un posto che ha dato il nome ad una fermata dell'autobus e dove, se siete fortunati, potreste avere il privilegio di cenare spalla a spalla con nienteopopòdimenoche lo staff della libreria Ulisse, compreso l'uomo altissimo con la faccia strafugnata e la barba incolta, che mi consigliò vivamente di leggere un libro di Massimo Carlotto che ancora adesso mi fa venire il nervoso per quanto non mi piacque.

Piluto
postato da: maso_ alle ore 10:44 | Permalink | commenti (37)
categoria:piluto
giovedì, 11 settembre 2008


AGOSTO MOGLIE MIA NON TI CONOSCO


A grande richiesta un post ultraspettrale del nostro gastronauta Piluto da stampare e da riutilizzare la prossima estate quando deciderete di stare ad agosto a Bologna "perchè come si sta bene ad agosto a Bologna ...". Stateci!

Quand'ero piccolo tutti mi scherzavano, non per le dimensioni del mio pene, ma perchè durante le vacanze estive i miei mi portavano al mare solo ed esclusivamente a luglio costringendomi poi alla fine del mese ad una separazione coatta e dolorosissima dagli amichetti del mare ed a rientrare nella calda e desolata Bologna agostana.
Alla fine me ne feci una ragione, ed anzi riuscivo anche a divertirmi condividendo la desolata città con i pochi amici rimasti.
Magari passando i pomeriggi a parco Melloni a dire stronzate bruciando gli accendini Bic per autocombustione, o la sera a girare per il centro senza troppi timori infilandosi in un cinema a vedere qualche b-movie (molto bello lo splatter "Dovevi essere morta" visto con l'immarcescente Mauro Coralli) o andando a mangiare un souvlaki al Diana.
Storie di ordinaria bolognesità.
Poi, iniziata l'università, cominciai a concentrare le vacanze ad agosto fino ai primi di settembre quando ricominciavano gli esami, e piano piano mi cominciai a dimenticare di come fosse bella Bologna d'agosto.
Quest'anno invece da buon padre di famiglia, senza la diligenza, mi sono fatto luglio via con moglie e pilutina e ad agosto gli ho spediti nel soleggiato esilio di Milano Marittima sacrificandomi nella città turrita.
Bellissimo.
A certe ore le strade erano vuote, sembrava quella scena del "Avvocato del diavolo" in cui Keanu Reeves gira in piena ora di punta per una New York deserta. Prendevo la moto e giravo la città. Andavo a prendere un gelato alla baracchina di Oscar in via Laura Bassi e notavo le case lungo la strada che mi sembravano appartenere ad una Bologna ferma agli anni 70. Sempre in moto andavo su per via San Vittore, dove dopo due curve (effettivamente me ne aspettavano altre 31) ti sembra di essere in campagna con i muretti e le recinzioni che finiscono ed attorno hai solo verde fino a che non arrivi al bivio con via della Fratta e, libro sulle strade di Bologna preso con il Carlino alla mano, impari che è da quella strada che deriva il termine infrattarsi.
Poi scendevo a San Mamolo e mi fermavo a prendermi un gelato o una granita al caffè alla baracchina osservando di sghembo le insegne del bar Ciccio.
Oppure se volevo togliermi la voglia della granita andavo dritto da Stefino in via Galliera e mi facevo la doppia mandorla/caffè oppure cioccolato/pistacchio. Meglio di giorno, che alla sera ci sono le persone di colore nella piazzetta retrostante l'Arena del Sole che bevono le birre dei pakistani ed urinano contro le colonne o nelle viuzze che esalano immondi odori di urina.
Ma se volevo rimanere in centro potevo andare a piedi dalla mia sede di lavoro fino alla cremeria in via S.Stefano angolo Remorsella che fa il gelato al caffè bianco secondo una ricetta vecchissima e grazie al caffè fornito apposta da quel baretto stretto-stretto in via Oberdan che mi consigliò quella volta Ponyluna, ma che non ricordo il nome. Oppure salivo per Castiglione e mi fermavo alla, neanche a dirlo, Sorbetteria per mangiarmi un cioccolato che sembrava melasso di barbabietola.
Se poi non avevo voglia di tornare a sedermi davanti al mio desco rattristandomi che le banche non hanno più un soldo, mi allungavo fino alla funivia dove ai piedi del Colle della Guardia di fianco ai "Ragazzi" sta un'altra cremeria molto buona.
Ve mò, volevo parlare di ristoranti e sono finito a parlare di gelati.
Ah, andate a trovare anche Fabio in via Savenella che il gelato lo fa ancora molto buono.

Concludo con una comunicazione di servizio: la "Mestruata" di Pieve del Pino, raccontata qua da Fiandri , ha ahimè chiuso i battenti per sempre. Deve essere morto il padre (quello con il grembiule bianco che giocava costantemente a carte al tavolino con gli amici) e da giugno è appeso un cartello sulla serranda abbassata che recita "Chiuso per malattia". Se si guarda bene dal lato dell'abitazione ci sono un paio di cartelli "Vendesi" senza indicazioni di prezzo. So che sono andati a suonare per sentire quanto vuole. Sembra che sia uscita lei, cattiva come una faina, che ha urlato: "Noi vogliamo 700mila euro, hai capito! 700mila euro!" e poi ha chiuso la porta.
Poesia, pura poesia.
postato da: maso_ alle ore 08:00 | Permalink | commenti (39)
categoria:piluto
venerdì, 18 aprile 2008
Giampi e Ciccio
GIAMPI, CICCIO E I TEMPLARI

Sabato sera, nonni cooptati al servizio della Pilutina, ci siamo recati a mangiare da Giampi e Ciccio in via Santo Stefano, quasi di fronte al negozio di una nota blogger frequentatrice dello Spettro. 
La gestione di Giampi e Ciccio è l'ultima di una serie tra cui ricordo l'osteria da Ermanno, che rimaneva aperta fino a tardi e dove un buon piatto fumante di penne ai burdigoni non ti veniva mai negato e successivamente l'osteria degli Angeli (credo si chiamasse così) gestita da un certo Colliva che faceva il Righi.
Poi sono arrivati Giampi e Ciccio che dopo aver messo le trappole anti burdigoni e anti blatte (come le chiamano su a Milano, anche se personalmente preferisco il termine "bestioline bionde") hanno ripulito e rilanciato il locale che anche a mezzogiorno è sempre pieno.
Nel biglietto da visita spicca l'ammerigano a Roma Alberto Sordi intento a magnarsi il piatto di maccheroni. Ma niente cibo capitolino, solo pietanze bolognesi.
A pranzo consiglio di assaggiare il loro pout-pourri che comprende: quadratini di lasagne, verdure gratin, friggione e sformatini vari, che ti fa fare le bolle per tutto il resto della giornata.
L'altra sera invece ho preso un tris composto da gramigna fatta a mano con i carciofi (molto valida), tortellini alla panna (validi) e lasagne (passabili) con a seguire verdure gratinate e ripiene. Per finire una ciotola di crema liquida con cioccolata fusa che il giorno dopo mi ha costretto a fare la 10 colli, di corsa però.
I miei compari hanno optato invece per dei medaglioni di filetto (buoni) ed i famigerati straccetti che sconsiglio di principio a qualsiasi essere umano carnivoro.
Per finire caffè e liquore alla liquirizia per un totale di 31 euro a testa, onesta boccia di  vino compresa.
Consiglio pertanto una visita tenuto conto che il locale è carino, tutti i piatti sono fatti in casa e che i due gestori, di cui io non distinguo quale sia Giampi e quale Ciccio (l'altra sera c'era quello rasato a zero con la voce roca, gran fortitudino, che gestiva la Locanda del Cristo in via Andrea Costa) ti intrattengono simpaticamente. Per fare un esempio, sabato sera uno degli argomenti di discussione è stato l'avvistamento, pare, da parte di costui dei Cavalieri di Malta su per S. Luca e di come io, erudito da un mio collega che nel tempo libero fa il cavaliere templare dando la caccia ai pagani (Maso lo conosce), abbia spiegato essere uno dei due ordini cavallereschi ufficialmente riconosciuti dal Vaticano. L'altro è quello dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro.
Insomma, sbadilate di cultura tra una lasagna ed un tortellino.
Occhio a prenotare però perchè il locale è piccolo e Giampi e Ciccio mormorano.
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venerdì, 29 febbraio 2008
Làs ban stèr
AVOID


Piluto in un trapassato remoto frequentava molti più posti e genti molto diverse di ogni colore yeah di quanto lo faccia adesso che c'ha la diligenza del buon padre di famiglia.
Ora gli capitano occasioni spot frutto di attente pianificazioni con nonni e baby sitter, ed in base alla legge dei piccoli numeri può capitare che quell'unica sera che esce si prenda una bella tranvata.
Il titolo del post quindi non ha niente a che vedere con forme dialettali bolognesi tipo avoid vadder o s'avoid c'al degga, ma più semplicemente dall'inglese: TO AVOID = EVITARE.
Usando un po' di nomi di fantasia non molto lontani dalla realtà ecco il resoconto.
Mi chiama il mio amico/compagno di merende Martino e mi dice che sabato sera vorrebbe organizzare una cena tripla coppia alla Taverna di Roberto in via San Vitale.
Pilutessa interpellata decidiamo di si. E' da un tot di tempo che non usciamo con Martino ed i Casali.
Il posto prescelto lo conoscevo quando si chiamava Taverna del Ghiotto. Carino ed accogliente, era gestito da una coppia che proponeva piatti casalinghi e nella sala grande c'era un camino sempre acceso.
Reset.
Ora il locale è diventato l'anello di congiunzione nelle transumanze dagli aperitivi Nu Lounge-Linde le Palais-Cafè de Paris alle discoteche Matis-Ruvido-Kasamatta.
Perciò fatti accomodare all'entrata ci è stato offerto (per modo di dire come si vedrà alla fine) champagne. Nel frattempo ho cominciato a mettere a fuoco avventori a me non nuovi, anzi i soliti che ho sempre visto orbitare attorno ai suddetti locali.
Arriva Ric, 9.2 munito, e mi fa: "Bella Gallo!"
"Ciao Ric cosa ci fai qua?"
"Vecchio sei pazzo?!?! Non sei mai venuto a tafiare qua? Posto validissimo!"
Bon, ci preparano il tavolo. Per far fronte all'enorme affluenza hanno allestito anche la taverna e ci stipano in un tavolo. L'arredamento è piuttosto barocco, non brutto, ma con candele, bottiglie e oggetti vari che riempono i muri ed i pochi appoggi. Anche sotto c'è un camino, ma come quello sopra è spento.
Fanno tenerezza i pochi tavoli occupati da coppie. Se la scelta era quella di godersi una cenetta intima tete à tete, ora si legge nei loro volti l'errore madornale.
Dopo un'interminabile attesa arriva il cameriere che ci porta un cestino di pane abbrustolito che viene divorato all'istante.
Arriva il momento di ordinare. Guardo con sospetto le proposte dei piatti del giorno: stinco e aragosta.
Dato che sono un gastronauta, ma loro non lo sanno, decido di ordinare entrambi per valutarli attentamente: paccheri all'aragosta ed a seguire stinco di maiale con verdure.
La faccio breve: i paccheri erano cotti bene ma l'aragosta doveva essere stata riutilizzata più volte in altri sughi (magari anche ciucciata più volte) e quindi il sugo era molto diluito. Lo stinco doveva essere di un maialino allevato in una pianura del Darfur. Ovvio che i fiumi di vino hanno aiutato a deglutire il cibo, ma devo dire che il tutto dava l'idea di molto fumo... come quello dell'ultimo cestino di pane, non solo abbrustolito ma decisamente carbonizzato, giunto sul tavolo (divorato comunque).
Congedandoci ahimè per primi, io e la Pilutessa siamo risaliti verso la cassa e lì ho scoperto alcune cose: nella cucina (un metro quadro a ridosso della saletta dove ci hanno offerto l'aperitivo) si dannavano due pesonaggi che immaginai fossero i cuochi e che operavano in mezzo ad una confusione terribile. Oltretutto nella medesima saletta da aperitivo era consentito fumare, tanto che l'odore di fumo invadeva fastidiosamente anche il locale cucine.
Mentre chiedevamo la nostra porzione di conto ho notato il Foffo e il Dodo con sboldre al seguito in attesa di un tavolo all'alba delle 11e30. Mentre li salutavo non feci fatica ad immaginarli dopo cena dirigersi verso qualche tavolino prenotato in discoteca pronti a fare le 5 di mattina completamente breschi. Beata gioventù... tenendo conto che uno ha 41 anni e l'altro 39.
Mi girai facendo caso allo scontrino che il gestore mi stava allungando e lessi la batosta: 50€.
A testa.
Reagendo da gran signore mi feci tirare il salasso senza fare una piega (ovviamente dopo aver fatto un'attenta scansione delle consumazioni addebitate).
Ma Piluto non dimentica ed anzi uscendo premeditava già di vergare questo post a traccia indelebile per gli ignari lettori.
Ai commentatori dunque l'ardua sentenza.
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mercoledì, 05 dicembre 2007
5minuti di celebrità
EVENTI SPETTRALI IN TIVU'


Giovedì 6 dicembre su Telecentro/Odeon alle 01e30 di mattina, orario da biasanot, l'iper-presenzialista Maso snocciolerà l'ennesimo gettone presenza alla trasmissione ITINERARI BOLOGNESI dove insieme (o subito dopo - non mi è ancora chiaro) ad Andrea Mingardi parlerà di umarell e crescentine.

Piluto invece, che ultimamente non ne può più di accendere la televisione e di trovarci Maso o Mello che parlano di umarell e di bamboccioni (Pony no invece perchè fa l'intellettuale e va solo in radio), soffre tantissimo di questa mancanza di popolarità.
Ecco però che il provvidenziale invito della procace ed abbronzatissima Elisa Stefanati, conduttrice del programma CAPITALI CORAGGIOSI in onda ogni giovedì su Telesanterno, concede a Piluto l'agognata possibilità di sfilarsi da questo culo di sacco e di risollevare il proprio ego.
Eccomi quindi nuovamente in televisione a parlare di internazionalizzazione. Un termine challenging (aggettivo prestatomi da Lapo) soprattutto per la mia esse bolognese, tanto più che mi sono incartato più volte nel pronunciarlo.
Guest star, il solito Corrado Guzzanti che fa la solita imitazione di un gestore del solito fondo che investe nelle solite aziende che vogliono aprirsi all'estero. Tra le risate registrate.
Ma per quali settori è più convieniente rivolgersi ai mercati esteri? E quali sono le aziende emiliano-romagnole che esportano di più?
Quali sono gli incentivi che possono spingere un'azienda bolognese a delocalizzare? E come possono, gli imprenditori emiliani, sconfiggere la tanto temuta concorrenza dei mercati asiatici?
Io che sono bolognese, e pure bancario, posso permettermi di rispondere.
Questo ed altro giovedì 6 dicembre alle 23 su Telesanterno ed in replica domenica 9 alle 21 su Telestense.

Quindi ricapitolando: Giovedì 6 dicembre Maso alle 01e30 su Telecentro e Piluto alle 23 in punto su Telesanterno.
Quale modo migliore di cominciare e finire una giornata, cari assuefatti da Spettro?

Stei stiund.
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lunedì, 05 novembre 2007
Bononia
ITINERARI PER FLANEURS SFACCENDATI


Ricevo da Linda e volentieri pubblico:

Ciao Piluto, ehm scusate il disturbo, istintivamente mi sono infilata dove sentivo che le conversazioni mi sembravano più vive e vere, spero di non aver fatto gaffes, sai appartengo alla brutta razza dei bolognesi transfughi supernostalgici per procura, essendo nata a Milano... Ti chiedo quindi di essere clemente se sto suonando il solito ritornello del cibo bolognese, so che la città è molto altro, venni 18enne a passare la notte davanti a s.petronio e al palazzetto dello sport nel mitico 1977 per le contestazioni a Zangheri, e poi molte altre toccate e fughe, spero questo mi possa far perdonare le domande a raffica che ti sto per porre... non avendo parenti o amici bolognesi, gravissima lacuna, lo so. Il 9 novembre passero' un paio di giorni a Bologna, devo fare bella figura con una persona... (trattasi di gita stranissima quasi romantica) e quindi:
mi serve sapere un paio di indirizzi tipo "da bertino" un posto che mi è piaciuto, ma non ne conosco molti, (il rosso,da Pietro, Anna maria), se sai un posto speciale di qualsiasi tipo, (ad esempio un giardino, una osteria, dove dormire o vedere cose "emotivamente fondamentali" anche se non famose) e libreria/e vecchie e polverose, sia semiantiquarie che di semplice usato. ne avevo vista una forse in via s.felice 10 anni fa, un locale con un tavolone in mezzo e libri alle pareti e su questo bancone alla completa rinfusa.
Vorrei portare questa persona a palazzo poggi a vedere le cere anatomiche e la specola astronomica (questo lo so fare) e poi all'archiginnasio per biblioteca e teatro anatomico (non lo so fare ma ho preso gli orari e se non ci sono cose strane da sapere mi arrangio), poi al mercatino del 2^ sabato del mese in piazza santo stefano, forse all'orto botanico. Spero di non averti fatto pentire di avermi scritto... mi rendo conto di averti chiesto davvero tutto, riduci pure le mie pretese, quando puoi attendo le dritte che vorrai darmi e la tua.. benedizione... di una cosa sono certa, Bologna rimane per me accoglientissima, anche se è facile attivare gli stupori quando si è di passaggio, flaneurs sfaccendati ...
Ti ringrazio,
Linda


Allora... leggo la tua mail e mi accorgo che ne sai un bel po' di Bologna, soprattutto in merito a quei luoghi a cui un bolognese non fa caso forse perchè semplicemente ce li ha attorno tutti i giorni e non sente l'esigenza di approfondirli o visitarli (capita sovente nella città in cui vivi).
Facciamo così, io ti indico un-del-tutto-arbitrario percorso a tappe (soprattutto culinarie) di cui mi prendo la responsabilità, e tu deciderai in merito a cosa dar rilevanza o dove fermarti.
Mi aiuterò anche con lo Spettro che spero, tramite gli interventi dei commentateurs, possa sopperire alle mie mancanze in ambito letterario.

Mettiamo che arrivi in treno. Dato che il 9 è un venerdì approfitta per fare un salto al mercatino della Montagnola (non la Piazzola ma la Montagnola che sa più di marché aux puces) appena usciti dalla stazione, all'inizio di via Indipendenza. Poi dirigiti verso il centro percorrendo le viuzze che passano sopra agli ormai sepolti canali su cui potrai affacciarti tramite il pertugio di via Piella.
A proposito di eventi, poco più su in via Goito, alla libreria Trame, venerdì c'è un'esposizione di acquarelli su Bologna, presente l'autrice. Ritornando su via Oberdan, di fronte a Piazza San Martino c'è il palazzo con il Cane Tago.
In prossimità del centro passa sotto la torre Prendiparte in via Sant'Alò (che peraltro è anche B&B) e, se aperta al pubblico, facci un giro, anzi un'inerpicata, dentro. Taglia poi per il ghetto ebraico  e sbuca sotto le due torri. Percorri a ritroso via Rizzoli e scarta a sinistra in via Pescherie. Intrufolati per le vie del mercato e fai visita alla Chiesa della Vita in via Clavature.
Ritorna sui tuoi passi, transita senza fermarti davanti ad un noto locale da aperitivo un po' fighetto e piuttosto fai una veloce pausa prendendo una cosa alla Mercanzia nell'omonima piazza. Oppure continua e raggiungi piazza Santo Stefano (sebbene non sia sicuro che il 10 ci sia il mercatino dell'antiquariato tale piazza vale sicuramente una visita). Lì puoi scegliere di voltare a sinistra per via Gerusalemme e sederti all'Infedele per un semplice bicchiere di vino oppure imboccare via della Santa tirando dritto e raggiungendo via Borgonuovo dove ti puoi fermare all'osteria delle Sette Chiese dove c'è la birra di castagne fatta sull'appennino e gli sfilacci di cavallo. Oppure scendi fino ad arrivare in Strada Maggiore e costeggiando il portico dei Servi (peccato che non è Natale)  puoi raggiungere via Broccaindosso con la sua omonima osteria. Se non ti senti da osteria, sempre nella stessa via trovi il ristorante più strutturato Scacco Matto ed il ristorante di pesce da Maro.
Purtroppo tale tragitto ti ha portato lontano dall'ultimo ristorante rimasto in centro a Bologna dove puoi mangiare ancora tradizionalmente e che giustamente citavi, ma nel caso sei sempre in tempo a prendere l'11 e a scendere in via Lame angolo Riva Reno.

Buon divertimento e ricordati che a Bologna... non si perde neanche un bambino!
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domenica, 21 ottobre 2007
Coltelli
LO SPETTRO DELLA CALABRESITA'


Rieccomi... emergere da un gorgo di latti scaldati e di pannolini riempiti di sostanze immonde.
Rieccomi... e dato che oramai la meravigliosa paternità mi consente di godere sempre più raramente del privilegio di poter testare nuovi ristoranti, le mie recensioni, che ho sempre cercato di sfornare fresche di conto, sono diventate più rarefatte.
Ora per uscire di casa ci vogliono delle occasioni e come si sa l'occasione fa l'uomo ladro, per cui l'altra sera approfittando del ritrovo dei reduci del concerto dei Police ad Amsterdam (12 braghe), mi sono recato presso una mia vecchia conoscenza, il ristorante Da Biagio in via dei Coltelli.
In tale via, dove peraltro abitò in gioventù mio babbo, oltre ai Coltelli si trovano un altro paio di ristoranti non pervenuti, più il bar anarchico-insurrezionalista-chiuso-per-terrorismo Miki Max all'angolo con via Orfeo (qua metto una faccina così ;-) sennò mi viene recapitata una bomba a casa).
L’osteria dei Coltelli era uno dei locali ricorrenti quando da giovane maraglio, in sella alla mia 50Special nera dipinta a bomboletta, cercavo un posto dove chiudere la serata.
Ma non è più la stessa gestione. Da circa 5 anni ha cambiato proprietà ed è stato rilevato dal papà di un mio amico, una delle braghe presenti, che una volta andato in pensione ha deciso di gestirlo assieme a suo fratello, un ex bancario, e di rilanciarlo sotto l'insegna Osteria dei Coltelli da Biagio. In cucina lo chef è l’altro figlio (fratello della braga che invece di mestiere fa l’avvocato) che smanetta ai fornelli garantendo la familiarità della gestione.
I tre, di origine calabrese, propongono cucina di casa loro ma non solo.
Normalmente lo spettro della calabresità affiora negli antipasti. L'altra sera infatti ho mangiato delle salsiccine piccanti + soppressata + capicollo niente male, lasciando spazio ad altre influenze regionali nei primi e nei secondi.
Per esempio, come primo ho taffiato un bis composto da risotto nero ai porcini e tagliolini anch’essi ai porcini, per poi passare ad un secondo rappresentato da porceddu alla sarda (maialino da latte tagliato in due per il lungo e cotto per un bel po' al forno) e patate al forno. Devo dire che la carne del porceddu (anche quella che mi capita di mangiare in Sardegna) vuoi per la consistenza, vuoi per l’odore un po’ forte, vuoi per la faccina del maialino che ti guarda mesto mentre lo mangi, non è che mi faccia impazzire, ma notando gli ossari rimasti nei piatti ho capito che è stato apprezzato.
Per finire popone come se piovesse e liquore alla liquirizia (autoctona calabrese).
Ah, il tutto innaffiato da un generoso Nero di Troia (!!!), ma almeno qua nessun può venirmi a dire che palle con i Morellini o i Neri d’Avola qualsivoglia, che ci ha fatto barcollare fino all’uscita.
Voci di corridoio mi dicono che non si paghi il coperto, ma se tiri il chiodo il fratello avvocato ti fa causa.

Un grazie a Zefram senza di cui questo post avrebbe tardato ulteriormente a venire alla luce.
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venerdì, 15 giugno 2007


FIOCCO ROSA IN REDASIONE

Lunedì 11 giugno alle 10e30 è nata Camilla, da alcuni già definita "Pilutina".
Bimba e mamma Alessia stanno bene. Il papà Piluto insonne ormai da quattro notti vaga per Bologna senza meta.
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mercoledì, 06 giugno 2007
SushiIL PASTO CRUDO

Io ed il mio amico di cotenna Ciccio Pedale siamo ghiotti praticamente di tutto (ad onor del vero a me non piacciono molto le ostriche perchè mi sanno di muco di naso dopo che si è inalato acqua di mare) e quindi capita che ogni tanto piace ingozzarci di pesce crudo preparato alla giapponese nelle svariate forme di sushi, sashimi, maki, temaki e te socmel.
Così io che facevo il figo e dicevo a Ciccio che solo a Milano esistevano i sushi restaurant, sono tornato a Bologna ed ho trovato, in ordine di apparizione micologica, i seguenti:
Asahi in via Don Sturzo poco dopo la funivia - descritto qua da Maso. Quando andai però non c'era il cameriere che intonava canzoni sacre con il diaframma, ma c'era la botte gelata di birra Asahi da mescere con il maniglione.
Osaka al posto dell'ex Spaghetto2 in via Calori vicino a piazza Azarita - un po tristo. Il menù sushi/sashimi lo propongono dentro un vassoio a forma di barca. Diffidare dai ristoranti giapponesi che propongono le barche, troppo commerciali. Osaka è poi cugino di Teriyaki che però bazzica alla Meridiana.
Asian Fusion Mizuumi a San Lazzaro - più carino ma un gran casino, di gente e camerieri. Fanno anche cucina cinese, vietnamita e thailandese. Un melting pot multirazziale dunque.
Sosushi in via Belvedere - il più cool del momento. A gestirlo c'è Giacomo che prende gli ordini in Italiano e coordina i due preparatori pakistani (!!!) in inglese. Molto minimale, anche perchè leggendo il foglietto esposto sopra i 4 unici tavolini, si scopre che non si potrebbe consumare in loco ma solo take away. Mi dice Giacomo che stanno aprendo anche in Piazza Maggiore. Il pesce è tagliato abbastanza bene e la salsa di soya è servita in provette monouso tipo contenitore per l'urina.
Concludo con i non pervenuti Sushi Cafè di piazza Malpighi, probabilmente il primo a Bologna, e l'ormai leggendario (per me) Haiku, dopo il ponte di Stalingrado, in merito al quale ultimamente mi sento spesso chiedere: "Ma come Piluto, ti vanti di conoscere tutti i sushi restaurant di Bologna e non sei mai stato da Haiku che è il migliore di tutti, il pesce è freschissimo e Hanzo Hattori (vediamo chi becca la citazione cinematografica) te lo sfiletta a richiesta? Ma come sei messo?".
Che batosta gastronomica... ma dato che Ciccio Pedale è un semplice mi vendico su di lui e facendo il figo gli dico che Kotoko, la studentessa giapponese che ha condiviso per tanto tempo l'appartamento con la Pilutessa, afferma che tali ristoranti, sebbene riportino le insegne del Sol Levante, siano gestiti dai loro ferocissimi nemici cinesi (e lo dice con cognizione di causa perchè li ha colti più di una volta in fallo idiomatico). In pratica i sushi restaurant a Bologna non sono altro che ristoranti cinesi sotto mentite spoglie ed i japanesmen in Bulagna evitano di metterci piede (a parte la Kotoko indagatrice).
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martedì, 15 maggio 2007
MetalHurlant
LA PASTA CON LE SARDE A BOLOGNA

L'altro giorno mi chiama Gavina, una mia conoscenza delle vacanze estive, e mi fa: "Senti Piluto dato che il week end ho in programma di venire a Bologna con una mia amica di Sassari perchè non ci porti tutte e due in qualche disco un po' trasgressiva della zona tipo... chessò il Contatto o il Link così ci divertiamo un po' e balliamo fino a mattina con la midrasi negli occhi?"
Dato che ormai tengo famiglia e queste cose mi fanno paura che poi mi si bruciano le cellulle cerebrali e mi viene l'alzhaimer precoce, declino con una balla l'offerta e non mi faccio trovare per tutto il week end.
Però l'idea della pasta con le sarde non era poi così male...
Così ci ripenso e decido di prenotare una sera alla Teresina in via Oberdan e la sera dopo da Maro in via Broccaindosso, due locali che propongono cucina siciliana e dunque il famoso piatto a base di ziti conditi con sarde, finocchio, uva sultanina e pan grattato (più divagazioni e ingredienti segreti).
I locali sono diversi fra loro, la Teresina mi piace molto per il suo ambiente piccolo e familiare, soprattutto durante la bella stagione quando si può mangiare nello stretto cortile d'entrata incastonato fra le facciate di due vecchi palazzi. Meglio andarci quando c'è il gestore, Sebastiano, ultimamente però parecchio malandato e sostituito in maniera meno efficace dal cognato. Curiosa la figlia oversize che ogni tanto aiuta ai tavoli tra uno sbuffo ed una imprecazione e che ogni tanto rientra in cucina lanciando anatemi terribili. Consiglio: misto di antipasti caldi e freddi oppure misto di crudo (pesce spada, ricciola, tonno, salmone e gamberi) anche se in verità per quest'ultimo piatto consiglio il Conte Bistrot in via Rolandino, da provare (altro che il finto sushi che si mangia a Bologna confezionato da poco sapienti mani cinesi o pakistane! - ma questo sarà materia di un altro post). Proseguire poi con la pasta con le sarde, appunto, e magari con un trancio di pesce spada. Chiudere, se piace, con il cannolo siciliano.
Se la Teresina ha un'inclinazione più turistica, Maro invece attrae una clientela più studentesca. Si dice sia una delle osterie più vecchie di Bologna. Particolari gli arredi interni: alcuni quadri alle pareti, in stile bédé française anni '70, sembrano ispirarsi alle copertine di Metal Hurlant, mentre l'entrata del bagno è ricavata da una porta di una cella frigorifera. Buona la pasta con le sarde, anche se mi è sembrata più grossolana di quella della Teresina, come anche il filetto di pesce spada, sebbene un po' ridotto nella porzione. Il rapporto qualità prezzo è migliore rispetto alla Teresina.
In entrambi i locali consiglio di prenotare nonchè di avere un approccio senza particolare pretese vista la lontananza di Bologna sia dal mare che in particolare dalla Sicilia.
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mercoledì, 14 marzo 2007

Mondo X MONDO X


Dato che qualche post fa si faceva menzione alla probabilità che la prossima settimana torni il freddo, c'è chi dice anche la neve - brrr - che poi la neve sta bene in montagna che in città crea solo dei gran disagi, ecco qua un'immagine di quello che rimaneva dell'ultima nevicata a Bologna.
La villa raffigurata è Villa Due Orologi sede e dimora della comunità di Mondo X.
E come mai Piluto conosce tale comunità? Piluto ha forse un passato da ex-tossico?
No, a Piluto piace correre e mangiare.
Tempo addietro gli capitò che, dirigendosi verso il suo percorso preferito, fosse colpito dai profumi fuoriuscenti dal forno attiguo alla villa e dato che l'istinto primario, la fame, ebbe il soppravento su quello altrettanto primario ma ormai desueto della corsa per la soppravvivenza, si fosse infilato dentro scoprendo una cosa curiosa.
I ragazzi di tale comunità, le mattine di sabato e domenica, si dedicano a sfornare tante buone cosine come pane, crescente e pizza e le vendono al pubblico. In più vendono anche marmellate ed oggetti di artigianato fatti da loro. Lo scorso Natale per esempio mi sono comperato il presepe.
Bene, consiglio vivamente a tutti di farci un salto, presto però onde evitare di arrivare su e di non trovare più nulla. In più, dato che la villa rimane all'altezza della chiesa dell'Osservanza (più precisamente a sinistra lungo via di Gaibola prima di Parco Ghigi) si può approfittare per farsi una bella Via Crucis gluteo-rassodante e poi ingozzarsi di pizza alle cipolle che fa tanto bene.
Altra cosa da tenere presente è che la villa è a disposizione per feste ed eventi. Una nostra amica ci ha organizzato il suo matrimonio.
Ovviamente gli incassi sono devoluti alla comunità stessa che si autofinanzia.
Altro non so. Questo è quanto mi hanno raccontato i ragazzi che di volta in volta ho incontrato visitando la villa. E questo è quanto si trova su internet: L'associazione si occupa di recupero ex tossicodipendenti, attività fondata da Padre Eligio Gelmini O.F.M., per poi allargarsi all'Uomo come tale.
Una bella cosa, no?
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martedì, 27 febbraio 2007
JohnsHopkinsTHE JOHNS HOPKINS UNIVERSITY

L’oggetto di questo post non ha una particolare attinenza culinaria, tranne il buffet finale, ma vale la pena spenderci due righe.
Giovedì scorso sono stato invitato all’inaugurazione della nuova sede della Johns Hopkins University (mi raccomando far sentire bene la “esse” alla fine di Johns e non John come molti erroneamente pronunciano) e mi sono sciroppato due ore di interventi, in piedi perchè sono arrivato tardi ed il mio posto se l’è beccato la Deserti.
Tante le autorità presenti tra cui l’Eminenza Reverendissima Mons. Cafarra, alcuni imprenditori tra i quali Maccaferri (Gaetano) e Romano “Furio” Volta, più vari esponenti degli enti locali e della regione ed infine le banche sponsor.
Filo conduttore della serata il discorso tenuto dal direttore della JHU Mr. Keller, nessuna attinenza con l’Uri piegatore di cucchiai con la mente, che è sfociato nel conferimento della medaglia presidenziale a Luca-Luca Cordero di Montezemolo.
Giusto per dare un’idea dei relatori: Ottimi Del Bono per la regione (accidenti che della regione, provincia e comune se ne fosse presentato almeno uno dei vari Errani, Draghetti e Cofferati come peraltro preannunciato dall’invito) e Luca-Luca che nondimeno l’oratore lo sa fare di mestiere (non venitemi a raccontare che di mestiere fa il presidente contemporaneamente per la Fiera Bologna, Ferrari, Fiat e Confindustria perchè non ci credo). Pessimo, ma veramente pessimo l'inviato del gaetanone contumace, Mr. Guglielmi. Non so se dovuto all’età avanzata o a qualche disagio momentaneo non si è capito una fava di ciò che pronunciava e quel poco che si carpiva non aveva filo logico, ma tanto l'audience era perlopiù composta da stranieri. Alla fine quindi applausi anche per lui.
Ritornando a Luca-Luca i messaggi recepiti sono stati i seguenti: rimboccarsi le maniche, concorrenza, credere nei sogni e comprare tutti la nuova Bravo.
Finita la tortura siamo stati tutti intruppati su verso la terrazza che gode di una vista molto bella sulla Bologna universitaria, dove ci attendeva un lauto buffet offerto dalla spettrale pasticceria Laganà, quella del panettone salato tanto per intenderci.
Mentre ero intento ad ingurgitare più stuzzichini possibile ci riconosciamo con Del Bono e cominciamo a fare una lunga chiacchierata sulla finanza locale (purtroppo rinunciando a terminare un panettoncino salato al quale stavo lavorando con dovizia dal mio arrivo al buffet). Congedatosi e cominciando a fare effetto le calorie ingurgitate, mi sono accorto di quanti ragazzi stranieri gremivano la sala e mi sono tornate alla memoria le serate passate, solo qualche anno prima, con le stesse balotte introdotto da uno dei miei più cari amici che dopo la prima laurea decise di iscriversi alla JHU studiando un anno a Bologna ed un altro, come previsto dal regolamento, in exchange a Washington D.C.
La JHU rappresenta un’ottima opportunità di specializzazione in lingua inglese sia per gli stranieri, ma soprattutto per noi italiani, o meglio bolognesi, tanto attaccati al nido parentale fino a tarda età. Effettivamente fa pensare che un’università simile non sia stata fondata a Roma o Milano sedi delle più celeberrime Luiss e Bocconi. Ma forse a quei tempi quella bolognese era ancora considerata un'università valida e non solo la più antica e blasonata.
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lunedì, 05 febbraio 2007

BolognaCibo1

BOLOGNA SEMPRE PIU' GIU' NELLE CLASSIFICHE


E' ufficiale, la bilancia non mente, sono arrivato al picco invernale. Ingerisco più di quanto brucio e la vita dei pantaloni tira.

Andiam pure a rovistare tra le mie carte per trovare la tabella che mi fece il dietologo, anzi ho un'idea migliore, do un colpo di telefono a Goblyn che magari conosce qualche rimedio di automedicazione più efficace tipo bersi dieci caffè al giorno accompagnati da un tubetto di aspirina e cospargersi di Preparazione H... o forse era il contrario, spalmarsi addosso i caffè ed ingollarsi la preparazione? Non ricordo bene.
Bene, mentre medito sul da farsi passo in rassegna i quotidiani della settimana ed un titolo di cronaca del Carlino mi salta agli occhi riempendomi di angoscia: "L'edizione 2007 della guida del Gambero Rosso bacchetta i ristoranti petroniani. In città voti più bassi per tutti".
Mamma mia come si fa? Ed io che volevo smettere di mangiare, adesso mi tocca andarli a provare tutti.
La sintesi delle pagelle riportate dal Carlino sono divise tra ristoranti e trattorie.
Dei ristoranti posso dire di averne provato i due terzi mentre delle trattorie solo due su dieci (vergogna!).
Bitone: ai tempi il mio maestro di cotica, Ciccio Pedale, mi indicava il Pappagallo, Rodrigo ed il Bitone come i tre migliori (e costosi) ristoranti di Bologna. Se i primi due non vengono neanche lontanamente menzionati, il terzo viene indicato al vertice della classifica bolognese. Boh, non ne sono particolarmente convinto.
Al Cambio: per chi non sopporta la cucina creativa è da lasciar perdere, per intenderci non ci porterei mai mio padre che predilige la sostanza. Andateci (se potete) solo per cene o pranzi di lavoro, dove il mangiar poco ma creativo ed il conto salato sono accettabili solo se è l'azienda a sopportarne il costo.
Godot Wine Bar: immagino quello di via Cartolerie e non quello vicino a piazza S. Stefano, che è un enoteca con assaggi. Beh se è così lo avrei incluso fra le trattorie/osterie e neanche particolarmente degne di nota.
Marco Fadiga: chi mi conosce lo sa, non mi piace. Pretenzioso e di poca sostanza. Poi se lui è annoverato tra i più importanti cuochi italiani non ci posso fare nulla. D'altronde lo è anche quel baggiano di Vissani.
Scacco Matto: mai stato. E' in via Broccaindosso tra i già testati Maro e l'Osteria Broccaindosso. Mi ricordo che in qualche vecchio comment l'ostracizzato Mishmesh ne decantava le glorie. Forse che dietro a Mishmesh si celi un degustatore del Gambero Rosso? O forse Mishmesh e Maso sono la stessa persona? Zefram una volta mi disse che dietro a Mishmesh si celava Elisina per poi correggersi ed affermare invece che era Ivo Germano. Mah, chi lo sa? Per me comunque è tutta colpa di Cofferati.
La Terrazza: sono gli stessi della trattoria Monte Donato. Ho provato entrambi. Mi piacciono entrambi. L'unico difetto è che il ristorante è imbucato in una zona un po' trista.
Buriani: vedi il Cambio, con l'aggiunta che è fuori Bologna.
Osteria Numero Sette: mi dicono sia l'ex Minestraio di Pianoro, mai stato. L'unica cosa che so per certa è che osteria numero sette il salame piace a fette ma alle donne caso strano il salame piace sano.
Il Sole: a Trebbo di Reno. Mai stato. Si vocifera sia costosissimo.
Per quanto riguarda le trattorie, a parte i due locali tipici bolognesi citati, l'eritreo Adal e Aroma de Roma, ricordo soltanto la Gigina, in cui le tipiche sdaure in grembiule nero mi dicono siano scomparse a seguito del cambo di gestione, e la già citata ed apprezzata Monte Donato.
Le altre menzionate sono: Del Rosso, Divinis, Belle Arti, Osteria Bottega, Paradisino, Serghei. Chi sa, ovviamente, parli.
Ora, come fa notare l'esimio gastronomo Campiverdi, collega di studi umanistici dell'altrettanto esimio esperto di finanza M. Parpadelli: "Parlare male della ristorazione bolognese fa notizia. Per finire sotto i riflettori, dalla Michelin (che non regala a Bologna neanche un stella) al Gambero Rosso, sembra che si divertano a declassare i nostri ristoranti". Ed a suffragio di ciò enuncia il seguente assioma: "Dare giudizi negativi su Venezia non susciterebbe lo stesso clamore: che lì si mangia male lo sanno tutti!" e rincara la dose lanciando un allarme: "La cotoletta alla bolognese, quella fatta ad arte, è praticamente scomparsa! La tradizione infatti richiede le scaglie di parmigiano e non le sottilette del supermercato!".

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domenica, 17 dicembre 2006
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DARK BOLOGNA, ANCORA DI PIU'


Stamattina Piluto era tutto intento nel suo giro della pigrizia quando, percorrendo via Santa Barbara, scorge una cosa stranissima: una macchina legata ad un palo con una catena.
"E fino a qua nulla di strano", Piluto pensa, "Con il degrado che dilaga a Bologna può essere normale che uno si senta tranquillo mettendo il torciglione alla macchina".
E invece no. Avvicinandosi nota che la macchina è tappezzata di cartelli che riportano affermazioni tanto serie quanto criptiche (clicca la foto).
Cosa è successo???
Ora più che mai, CHI SA PARLI!!!
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domenica, 26 novembre 2006
Footing in Central Park
ITINERARI BOLOGNESI PER GIOVANI CORRIDORI
 
Piluto all’età di circa 20 anni ha cominciato a correre e da allora non ha più smesso.
Mmmh, no. Mi sembra di averla già sentita questa frase, forse in un film, meglio cambiare.
A Piluto piace correre. Nulla lo rende più felice che indossare la sua tutina nera aderente e di mettersi a correre. Gli permette di pensare e di rilassarsi. In quell’oretta Piluto scappa dai suoi problemi quotidiani. E non lo fa solo a Bologna, ma anche quando va al mare o in montagna, sotto la pioggia o sotto il sole agostano. Piluto è sovente dire che gli piace sfidare gli elementi.
Lo fa anche quando va in altre città, anche estere, perché secondo lui è il modo migliore per compenetrarsi con lo spirito del luogo. Parigi, Anversa, Blanmont, New York, Ft. Lauderdale, San Diego, Edimburgo, sono alcune delle città dove Piluto ha indossato la sua tutina e si è messo a correre. Ovviamente Piluto corre e si allena a Bologna ed ecco alcuni dei suoi percorsi preferiti:
Certosa – Parco Talon: Partendo da un qualsiasi parcheggio vicino allo stadio si può prendere la pista ciclabile che costeggia l’anti-stadio e dirigersi verso Casalecchio seguendo il canale. Una volta superate le chiuse si attraversa la strada e si entra a Parco Talon. Da lì si può decidere, a seconda dallo stato delle proprie articolazioni, se continuare sulla strada asfaltata o sul terreno (in questo caso attraverserete la più grande riserva bolognese di orti coltivati da umarell). Arrivare in cima a Parco Talon e tornare indietro è circa un’oretta di corsa.
Eremo di Ronzano – Gaibola: Il preferito da Piluto. Lasciando la macchina nel parcheggio dell’Eremo (di domenica è meglio di no perché c’è la funzione) ci si può dirigere verso l’altra chiesa di San Michele di Gaibola e da lì continuare per via dei Colli. All’agriturismo si può voltare a sinistra per una viuzza stretta e poco battuta che, se percorsa per interezza, porta alla vecchia Felina. Se poi si ha ancora del cuore si può continuare per via delle Lastre, passando dal parcheggio sopraelevato da imbosco, chiudendo l’anello e tornando su via dei Colli che ci riporterà poi all’Eremo. Valido perché poco frequentato. Ci ho incontrato un paio di volte Poggipollini corridore con il quale ci siamo scambiati saluti molto maschi tipo: “Bella Fede!”, “Grande!”.
Parco dei Cedri – Croara: In genere il giro meno bello. Vado lì quando i miei ormai rari compagni di corsa mi obbligano. Lasciando la macchina a San Lazzaro si possono fare un paio di giri del parco per poi dirigersi, attraversando anche lì una distesa di orti umarellici, verso la salita della Croara che tira un bel po’, dove però c’è sempre poca gente. L’altro giorno ero presso un’azienda del gruppo GD e la direttrice finanziaria mi fa: “Senta dott. Piluto posso farle una domanda? Era lei domenica scorsa vestito tutto di nero che correva al Parco dei Cedri?”. Inconvenienti del mestiere.
Villa Spada – Ravone: Da Villa Spada si va verso l’ex Euforia e poi si tira dritto. Dopo un po’ diventa tutta campagna e non sembra neanche di essere a Bologna. Tanto più che ad un certo punto non capisci se sei su proprietà privata o no. Ed all’accenno del primo latrare di cani giri i tacchi sperando di portare sani e salvi a casa i garetti.
Casa – Giardini Margherita: Il giro della pigrizia. Se ho poco tempo esco di casa, nel quadrilatero mazziniano, e salendo su per il Tanari volto a destra in via Santa Barbara e mi dirigo verso i Giardini Margherita dove si incontra varia umanità intenta a dondolare marmocchi, giocare a hockey su rotelle, pascolare cani, e tutto ciò che si fa ai giardini. Nel tragitto mi è capitato di incontrare il Brizzi che so essere domiciliato presso una macelleria del luogo.
San Luca: Quando abitavo dalle parti di via Bellinzona ed ero veramente infuocato mi cronometravo dal primo gradino del portico di San Luca fino alla Croce che c’è al termine dell’ultima rampa di scale prima del santuario. Dopo aver percorso i micidiali portici di via Saragozza dove c’è una concentrazione di smog pari a quella di Città del Messico, attaccavo la scalinata dal bar Billi specialista del Pan Spzìal. E via a superare pellegrini e deviare qualche deiezione canina. Ma se il primo tratto è liscio, superate le Orfanelle comincia la goduria di una serie infinita di rampe di scale ripidissime. Se state cercando il record fatele a due a due, sennò salitele in sequenza tipo step. La Croce, se non è troppo tardi ed il cancello è chiuso, vi accoglierà stremati e lì fermerete il cronometro sperando in qualche secondo guadagnato. In discesa, inutile dirlo, tutti i santi aiutano.
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martedì, 14 novembre 2006
smogillegalPIU' INQUINAMENTO E MENO LIBERTA'
OVVERO INUTILI E DEMAGOGICI PROVVEDIMENTI

Smog alle stelle, con superamenti a raffica dei limiti di legge negli ultimi giorni, l'ultimo ieri (104 microgrammi a San Felice). E il tutto nonostante i divieti alla circolazione. Colpa dell'alta pressione e del tempo, spiegano gli esperti: fatto sta che a Bologna e provincia le polveri sottili hanno fatto schizzare i valori delle Pm10 oltre i 50 microgrammi per metro cubo consentiti, portando il capoluogo oltre l'ottantesimo sforamento annuale.
Valori che rendono molto probabile a fine anno il superamento della soglia di 100 sforamenti registrati durante il 2005.
Una sfilza di dati che preoccupa il presidente della commissione Infrastrutture Paolo Natali (Dl). "La criticita' di questa situazione suggerisce, per l'accordo regionale della prossima stagione, di anticipare fin da ottobre le misure di blocco selettivo della circolazione - propone Natali - e di tenere conto, nella implementazione delle misure, delle condizioni meteoclimatiche previste".
Un provvedimento immediato, però, per arginare l'emergenza è stato già preso: questo Natale non sarà replicato lo spegnimento di 'Sirio', il vigile elettronico che controlla gli accessi al centro storico della città. Ad annunciarlo sono stati, alla fine della seduta di giunta a Palazzo D'Accursio, gli assessori alla Mobilità Maurizio Zamboni, alla Sanità Giuseppe Paruolo e all'Ambiente Anna Patullo.
In compenso, il Comune conta di spendere dai 45 ai 50 mila euro per potenziare il trasporto pubblico locale, dal 10 al 24 dicembre prossimi. In particolare ci saranno 15 corse in più (con frequenze dagli 8 ai 10 minuti) delle navette che attraversano in centro storico. Non solo. Nello stesso periodo, sui mezzi pubblici sarà possibile viaggiare per l'intera giornata con un solo biglietto dell'autobus.
"Quest'anno ci saranno quindi strumenti che lo scorso anno non c'erano, tra cui anche il ticket per entrare in centro con la propria auto", spiega Paruolo che sottolinea come il Comune abbia deciso di mettere in campo "un investimento significativo evitando che siano i cittadini a pagare in salute".

Articolo completo su Carlino Bologna

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sabato, 28 ottobre 2006
Calice
 
APERITIVI A BOLOGNA (I)
 
Come qualcuno in questo blog sa, Piluto ha un passato da emigrante a Milano, dove ha lavorato e vissuto per diversi anni. E come un qualsiasi terùn, che nella città da bere produceva e consumava (per i milanesi qualsiasi soggetto proveniente da più giù di Lodi è considerato un terùn), ha potuto provare l'ebbrezza di terminare la giornata di duro lavoro fiondandosi in uno dei tanto rinomati locali da aperitivo quali, per citarne alcuni, L'Exploit, Le Biciclette, Corso Como 10, Nobu, l'Executive, Living, Baci&Abbracci, Bar Magenta, Gioia 69, che forse ormai non esisteranno neanche più.
Da ragazzo di campagna quale ero, abituato alle stoppose tartine di Rosa Rose, che a noi provinciali bolognesi apparivano allora epocali nel modo in cui venivano generosamente offerte, rimasi stupito dall'orgia di cibo che tali locali ammassavano sul bancone.
Sebbene in alcuni locali tipo Nobu e Corso Como 10 il prezzo della singola consumazione, ancorchè in happy hour, non fosse inferiore a 11 Euro (!!!), negli altri con mediamente 6 Euro praticamente cenavi.
Poi Piluto, circa un anno fa, rispondendo al prepotente “call of Bologna”, cede e torna a casa. E ritrova gli stessi locali: Rosa Rose, New Lounge, Cafè de Paris, Zanarini, Linde le Palais (+ tanti altri più imboscati ed attraenti che tratterò più avanti).
Bene, cominciando la dissertazione da quelli più noti ne scelgo uno: il Calice.
Lo scelgo perchè se mi capita di andare a prendere l’aperitivo in centro di solito vado lì.
E ci vado perchè a differenza degli altri mi sembra che sia rimasto sempre fedele a se stesso rimanendo in parte estraneo ai flussi migratori del popolo degli aperitivi.
Gestito da Enzo e famiglia offre una buona selezione di vini ed il barman dietro al banco è quasi sempre qualcuno di esperienza e non un semplice stappa-birre come spesso capita di trovare.
Fuori si incontrano i soliti aficionado che fanno della vetrina seduti ai tavolini, ma anche tanti turisti stranieri.
Ci vado inoltre perchè scambio sempre volentieri due chiacchiere con i due figli (uno di questi, Marco, adesso è a Londra) o con la moglie di Enzo. Quest'ultima, una gentile ed ancora piacevole signora che vive relegata nell'angolo cassa del bar, serba preziosi aneddoti che snocciola con entusiasmo agli avventori affezionati. Uno degli ultimi riguarda l’integerrimo Gaetano e della volta in cui entrò nel locale con scorta annessa. Egli, dopo aver consumato salutò gentilmente facendo l’atto di uscire. “Ah no!” intimò la signora: “Guardi che lei il conto me lo deve pagare!” ed il primo cittadino con faccia di bronzo cominciò a tastarsi il cappotto affermando goffamente che non aveva con sè il portamonete. Conclusione, fu uno della scorta a pagare l'aperitivo, incassando la soddisfazione della titolare non tanto per il pecunio ottenuto quanto per la storia da poter tramandare.
Ma il Calice ha anche rischiato di chiudere a seguito di una brutta storia di cronaca. Tempo fa sulle prime pagine del Carlino venne riportato di un tentato di omicidio ai danni di un noto commercialista bolognese. I fatti riguardavano appunto Enzo ed il suo commercialista. Per motivi personali e patrimoniali Enzo andò giù di testa e decise di farla finita con il suo consulente contabile reo di avergli fatto perdere, con investimenti sbagliati, parte del suo patrimonio. Si presentò nel suo studio armato di rivoltella e tentò di far fuoco. Fortunatamente l’arma si inceppò e ne scaturì una colluttazione che fu sedata dalle forze dell’ordine che arrestarono il dissennato Enzo e lo relegarono per un certo periodo agli arresti in ospedale.
Poi pentimenti e rinunce a proseguire in giudizio permisero ad Enzo di tornare al lavoro ed eccolo ancora lì ad aggirarsi tra i tavoli.
Nota tecnica: offerta di stuzzichini: media/scarsa. Se ci si vuole ingozzare bisogna stare per forza dentro al micro-bancone dove comunque l’offerta non è enorme. Buone le tartine ma sono a pagamento. Buona la selezione dei vini ed ancor più buona la preparazione dei cocktail. Prezzo medio/alto.
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domenica, 24 settembre 2006
Fame Chimica 
FAME CHIMICA A BOLOGNA
 
Max qualche post fa mi ha simpaticamente definito "gastronauta". E' una definizione che mi piace. Amo mangiare, mi piace provare ristoranti ed assaggiare nuove cucine, mi piace conoscerne i gestori. Ma purtroppo c’è l’altra faccia della medaglia. Alla lunga mangiare e bere con un certo trasporto non aiuta a mantenere la linea… anzi. Soprattutto quando non si è più acneici giovincelli tali stravizi si pagano a suon di pantaloni che tirano e di minori prestazioni atletiche.
Insomma ti ritrovi provvisto di buzza.
Ed è in questi momenti che ricordi con invidia quando da ventenne, dopo aver passato torride nottate alcoliche, ti ritrovavi all'alba a cercare disperatamente qualcosa da cacciare sotto i denti che placasse la fame chimica indotta da tale stato di alterazione... e non mettevi su un chilo.
Orbene Bologna ha sempre generosamente fornito, a seconda di dove ti trovavi bresco ed affamato, un certo numero di luoghi di ristoro ad apertura notturna.
- Occhio che alcuni dei seguenti nomi derivano dal passaparola e probabilmente non hanno nulla a che fare con la vera ragione sociale del locale -
Il Lurido in via Borgonuovo: fantastico perchè da un forno con la serranda semi-alzata, proprio di fronte al portone della Guardia di Finanza, ti veniva venduto di tutto senza uno straccio di scontrino. Dai vari prodotti da forno alle bibite, finanche le sigarette. Mi ricordo che d'inverno per scaldare l'ambiente mettevano a 'mo di stufa un enorme vaso di coccio capovolto sopra un fornello acceso. Il bello era che ad una cert'ora si raggruppava un bel po' di gente fuori ed il fornaio, temendo l'incursione delle fiamme gialle, sedava il vociare con imprecazioni terribili.
Il forno all'inizio di via Saffi: normale punto di riferimento per quando si usciva distrutti dal Bestial Market. Le vetrine del forno danno su via Saffi, ma il mangiare veniva eiettato da un fornaio enorme attraverso una finestrella su via dello Scalo. Mi ricordo le taffiate compulsive nei giardinetti di fronte ed una volta che mi presi quasi a cazzotti con uno perchè gli intimai di raccogliere le cartacce che aveva lasciato in terra (a me i verdi mi fanno una pippa).
Frappi ed il forno all'angolo: di Frappi ho già parlato qua, però per i meno superbenestanti c'era il forno nella via che faceva angolo e che distribuiva una pizza molto valida. Mi ricordo che ti faceva entrare dentro al locale e tu ordinavi tra carrelli di pane appena sfornato profumatissimo.
Il bar davanti alla Frasca: aperto più recentemente rispetto agli altri. Pur non garantendo la stessa trasgressione di ordinare attraverso una serranda semi-alzata o di sfuggire all'erario senza lo scontrino, ti propinava delle paste e soprattutto dei calzoni enormi. Un classico: cassa alla Frasca e appena Lele ti buttava fuori, pasta di fronte.
I due bar cospicui: quello all'inizio di via San Vitale e quello all'inizio di via Mazzini. Sunzi tutti e due e frequentati in prevalenza da magrebi e tunni il primo, da maragli il secondo.
Infine due osterie sempre aperte: Da Ermanno di cui ho già parlato nuovamente qua e l'Osteria Borgonuovo ritrovo di animali notturni e di animali e basta.
Da Gigi al fourner a Casalecchio: era il forno del papà di un mio compagno di classe. Vicino al passaggio a livello, ci passavo ogni tanto dopo la mezzanotte a prendere il pane nel periodo in cui vivevo a Mongardino. Scoprii che ogni tanto ci lavorava anche il mio compagno perché una notte me lo ritrovai davanti tutto bianco di farina e con lo zoccolo d'ordinanza. Sempre in quel periodo mi ricordo di un bar sulla Porrettana all'altezza di Sasso Marconi, poco prima di arrivare all'autostrada, ma chissà come si chiamava... paste calde validissime.
Chiudo con due pasticcerie fuori porta, Polacci ad Idice e Galassi sulla via Emilia, difficili da raggiungere se già ti trovavi in avanzato stato d’ebrezza.
Ho volutamente tralasciato i vari piadinari/porchettari semoventi perchè non è cosa da bolognese frequentare certi posti...
Digressione: Il forno Baldani a Milano Marittima dove vedi le supergnocche, che un attimo prima sorseggiavano wodkalemon mollemente adagiate sui divanetti del Pineta, accapigliarsi per un pezzo di pizza.
Cosa mi sono perso?
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domenica, 10 settembre 2006
Pavo Il nostro insieme a Fornaciari in un'anteprima del loro attesissimo progetto musicale
 
Il Pavone: The Unathorised Biography
 
Forse a qualche lettore dello Spettro il nome Pavone non dice nulla, per altri invece, soprattutto per chi a Bologna si dilettava a suonare o frequentava il parco Melloni, il Pavone rappresenta un personaggio di un certo livello, grazie ad alcune sue doti elettive.
Fu MauroCoralli che da piccolo mi introdusse al mondo esoterico di Parco Melloni. E fu lì, in mezzo a tanti coloriti personaggi, alcuni ahimè non più fra di noi, che conobbi il Pavone.
Giulio, il suo vero nome, era sovente venire al parco accompagnando al guinzaglio la sua cagnetta, una cockerina nera di nome Lilli (quando non arrivava in sella al suo poderoso ed unico esemplare venduto a Bologna di Grillo 50 Piaggio) ed era curioso vedere come il parco riusciva ad indurre gli stessi stimoli sia al cucciolo quanto al padrone.
Il Pavone infatti era famoso per le sue deiezioni. Se arrivava qualcuno di nuovo al parco, il Pavone festeggiava facendo la merda sopra una panchina. Se gli prestavi un giornalino, lo trovavi con uno stronzo dentro. Era più forte di lui, ogni situazione era motivo per vederlo con le brache calate ed il proiettile in canna. Memorabile fu quando ci raccontò di essere stato sorpreso, mentre era intento in una sua performance, da una coppia affacciata da una finestra dei palazzi circostanti il parco che lo apostrofò con: “Sei proprio un merdone, vai a casa tua a cagare, stronzo!”, e la moglie: “Sei un maleducato!”, ed il marito nuovamente: “No cara, è proprio un stronzo!”.
Ecco quindi alcuni ricordi legati soprattutto ai primi anni e solo quelli che si possono dire:
Sto percorrendo via Andrea Costa di sera ed all’altezza dell’ex bar Europa inchiodo di brutto perché stanno attraversano di corsa e urlando come matti alcuni ragazzi tra cui riconosco Minerva e MauroCoralli inseguiti da quello che sembra un enorme scatolone per imballaggi con i piedi.
Fermo la macchina, insieme ad altri attoniti guidatori, e dopo aver rincorso per qualche metro il gruppetto, riesco a comprendere il senso della rappresentazione: un noiosissimo sabato sera era stato trasformato in un momento di irrefrenabile allegria grazie al ritrovamento da parte del Pavone di una scatola di cartone probabilmente contenente un frigorifero che, dopo esser stata sapientemente ritoccata (era stato inserito il tubo di un aspirapolvere come proboscide ed un lampeggiatore per lavori stradali come occhio), veniva indossata dallo stesso inscenando un drammatico inseguimento per creare scompiglio nel traffico.
Bene, il giorno dopo tale cartone si trovava abbandonato al parco Melloni mentre un gruppo di ragazzi giocava al pallone. Arriva il Pavone che con la sua erre moscia dice: “Adesso me lo metto di nuovo addosso e covvo in mezzo alla pavtita e poi faccio la mevda in mezzo al campo”. Ottima idea Pavo! Peccato che appena entrato in campo i ragazzi non apprezzarono tanta inventiva e dopo averlo buttato a terra lo riempirono di calci.
Pavo del resto è sempre stato un eclettico. Gli piaceva suonare la chitarra ed aveva uno stile tutto suo. Del resto ai tempi apprezzava gruppi come i Bauhaus e i Current 93 svisando su provocazioni nostrane come i Death SS di Paul Chain (al secolo Paolo Catena). Tutte influenze che hanno delineato il suo genere musicale su atmosfere dark/gotiche. Questa sua passione lo portò ad avere diversi gruppi, su cui non mi voglio soffermare, e parallelamente lo portò a fare l’apripista in modo per così dire… inconsueto per un gruppo di suoi amici, i The Norzs (conoscenza pure del buon Maso con cui hanno condiviso un album). Tale esibizione consisteva nel mostrare le sue chiappone belle aperte all’inizio di ogni concerto e godere dell’espressione disgustata dell’audience. Tranne una volta, mi raccontarono, che durante un concerto in un qualche teatrino locale, la sua performance fu accolta da un silenzio siderale costringendolo a defilarsi di buon grado. Qualcuno mi suggerisce anche dello show in un centro sociale a Casalecchio in cui si presentò completamente nudo e ricoperto di tatuaggi (finti) con al collo una sua deiezione avvolta in un sacchettino cuki da lui ribattezzata “l’amuleto”.
Durante l’ultimo periodo in cui mi è capitato di frequentare il Pavone ci si ritrovava spesso nel suo garage, luogo di inenarrabili nefandezze dove mostrava a tutti il suo album delle figurine di “Le ragazze di non è la Rai” e la sua passione irrefrenabile per esse. Mi ricordo inoltre di una volta che andammo a mangiare da Vito e il Pavone si presentò in canotta con una dentiera al collo. Il cameriere, un tizio sfigatissimo che sembrava la caricatura di Vito (il comico), ci trattò malissimo per tutta la serata. 
Ultimamente mi sono ritrovato a parlare del Pavone con Brizzi il quale mi ha detto che, memore delle sue prestazioni fecali, sta pensando di lasciargli una dedica “speciale” nel suo ultimo libro.
p.s. un ringraziamento va a Mauro e Mine per l’aiuto fornitomi negli archivi storici 
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domenica, 28 maggio 2006
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POSTI CHE NON CI SONO PIU’
 
Ci sono posti che in certi periodi della vita frequenti tantissimo, vuoi perché sono il luogo in cui la tua balotta si assembra o perché ti sta simpatico il tizio dietro al bancone o più banalmente perché sono proprio sotto casa.
Poi ad un tratto basta, semplicemente smetti di andarci.
Passano gli anni e per caso ti ci ritrovi davanti, scoprendo di non essere più di fronte al locale come te lo ricordavi, ma di fronte a qualcosa che sembra uscito dallo spazio siderale.
E’ quello che mi è successo l’altra sera con un mio compare. Eravamo in via Andrea Costa, era già passata l’ora di cena e mi fa: “Senti Piluto, visto che siamo in zona che ne dici di andare a farci due spaghi in quel covo di fortitudini che è la Locanda del Cristo?”, ed io: “Perché no?”. E così giunti davanti all’esercizio che fu ci siamo ritrovati, un po’ sbalorditi, a cercare di decifrare un insegna che tra gli ideogrammi recava la scritta “Ristorante Cinese Fortuna”.
I locali, nel tempo, non cambiano solo perché muta l’insegna o l’attività. Cambiano anche se c’è un avvicendamento nella gestione. Fulgido esempio ne è la Frasca, di cui ho già avuto modo di parlare a sufficienza in un precedente post. La quale, dopo l’eiezione di Lele da dietro il bancone alla volta di Formentera, è stata gestita con lo stesso nome da altri personaggi con altri (leggi: scarsi) successi.
Poco più in la della Frasca all’inizio di via Sant’Isaia c’era quel baretto per alcolizzati conosciuto come Da Frank. Frank nella nostra semplicità di fanciulli rappresentava il bere nella forma da adulto, anche un po’ pappone, perché ti faceva ubriacare a suon di cocktail mostruosi, colorati e fiammeggianti tra cui mi ricordo i primi chupiti da me bevuti, e poi regolarmente ri-emessi nei vicoletti attigui. Frank ora si è spostato in via Mazzini dopo il ponte della ferrovia riaprendo come Voglia Matta Drink.
C’era poi un posto su per i colli che, sia per la vicinanza che lo rendeva agilmente raggiungibile in vespa da San Mamolo o da Siepelunga, sia per il rapporto qualità-prezzo, era meta consueta per le cene in balotta. Mi ricordo anche che negli ultimi tempi c’erano due umarell che di ugola e di chitarra si guadagnavano la cena. Li vedevo sbafare assieme alle mogli prima che arrivassero i clienti, suonando poi ai tavoli tipo trattoria trasteverina. Bene, anzi male. Anni fa ci sono passato davanti in bicicletta trovando, invece del vecchio casolare, un cumulo di macerie ed un cartello che indicava che sarebbero presto sorte delle villette. Il ristorante era La Felina, i cui gestori dopo aver venduto, hanno provato a riproporlo a Vado o Badolo, non ricordo, con gli stessi fasti della Frasca di cui sopra. A testimonianza e perenne ricordo per le generazioni future, rimane il cartello segnaletico mai eliminato, che si erge come un’onoranza funebre all’angolo di via Siepelunga.
Sempre in zona Siepelunga esisteva un baretto (qua i facinorosi di classe si astengano dal continuare a leggere) chiamato Frappi, gestito da Gigi e da sua moglie Meri, che era uso accogliere i rampolli (e non) bolognesi durante i loro pre e soprattutto post serata. Tali avventori di elevato lignaggio gradivano soprattutto la consuetudine che aveva Gigi nel chiamarli tutti per cognome mentre con fare da uno-che-ne-sa-a-pacchi li allungava un PM (toast prosciutto e mozzarella). Qualche tempo fa però, a seguito di problemi familiari, Gigi ha venduto ed è subentrato un nuovo gestore, antipaticissimo come persona, ma che sul bancone offre una quantità decisamente signorile di antipastini con cui ci si può ingozzare sorseggiando amabilmente un rosso delle Cavedagne di Terrecalanco di Riola.
Calma non ho finito, ne ho un altro, forse il più complesso per sforzo mentale nel ricostruire l’annosa vicenda. Qualcuno di voi ha mai sentito parlare negli anni ‘80 di Ermanno in via S. Stefano dove adesso c’è l’osteria Da Giampi e Ciccio? Bene quel locale era famoso perché teneva aperto il ristorante finanche le cinque di mattina. Poi chiuse. Gli subentrò un ex-Righi di nome Colliva che mi raccontò che in cucina aveva trovato non so quante trappole per burdigoni (il che non vuol necessariamente dire che ci fossero anche loro). Vabbè, non ha importanza, quello che volevo chiedere agli spettristi è questo: qualcuno di voi mi sa confermare se Ermanno sia poi diventato il cuoco dell’osteria Il Cannone in via Andrea Costa, gestita da un certo Mazza, e che la sorella (o l’ex moglie) gestisca adesso Il Postiglione in zona Piazza Minghetti?
Chi sa parli, o taccia per sempre.
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domenica, 02 aprile 2006

PizzerieBO 

PIZZA CONNECTION

 

Raccolgo l’assist dell’amico Zefram ed affondo l’acceleratore sull’annoso problema: "Una pizza in compagnia, una pizza da solo?". Ma quando a Bologna si vuole mangiare una pizza dove si va?

Ogni tanto mi sento dire: "Vai da Raffaele Cutolo li sì che si mangia la vera pizza napoletana", immancabilmente smentito dal fuorisede: "Nooo devi andare da Salvatore Giuliano lì si che la fanno soffice come a Napoli" ma poi sbuca all’improvviso il napoletano doc che manda tutti a quel paese perchè a Bologna è impossibile trovare una vera pizza napoletana argomentando che qui non c’è il napuriello che te la lancia in aria, non c’è il Vesuvio e la sua cenere che si insinua nell’impasto, etc, etc.

Morale: tocca accontentarci. Tra l'altro siamo a Bologna che è terra di osterie, noi non abbiamo mica i quartieri latini o spaccanapoli, - per fortuna - dico io. E allora proviamo un po’ a vedere dove un probo bolognese può provare a sognare il golfo di Surriento (i giudizi in merito alla qualità della pizza tranne uno/due sono volutamente tralasciati).

I Gaetano: pizzeria un attimino più pretenziosa nella via degli gigolò. Capita sovente di incontrare personaggi famosi. L’altra sera pensate un po’ ci ho trovato il cantante dei New Hyronja. E’ anche ristorante, ma si sale decisamente di prezzo.

Da Vito: su per San Luca, dicono che le coppie che ci vanno a mangiare la pizza scoppiano di lì a poco. Sono stato testimone di resistenze femminili alla scelta del locale. Il posto, stile baita di montagna, è carino ed accogliente. In coda, in attesa del tavolo, vieni fornito di aperitivo coloratissimo e di carta da gioco che identifica il tuo posto nella ranking list.

Panza: posizione piacevole sui colli vicino alla Trattoria Monte Donato, l’arredamento è tremendo. Alcove in legno simil botti all’entrata, e salone tipo pizzeria della bassa all’interno.

Amore: secondo quelli della generazione precedente la prima ed unica pizzeria napoletana a Bologna. Pizze secondo me troppo piccole e soprattutto locale non particolarmente capiente con alto rischio di code per trovare un posto a sedere. In via San Felice.

Regina Margherita: di questa si è già detto molto in precedenza. Trattasi dell’ex storica pizzeria Piedigrotta. Format importato da Milano in cui viene fornito in franchising l'arredamento del locale e la ricetta della pizza. Nonchè il gusto tutto milanese di spargere la voce che tra i proprietari c’è qualche personaggio famoso, che nel caso in questione risponde al nome di Cannavaro, al fine di  richiamare avventori in cerca di scoop ed altri vipsss. Io e Pony ci abbiamo incontrato persino Piero Pelù!

Simile come format è RossoPomodoro alla Meridiana che rappresenta l’avanguardia bolognese di una catena di pizzerie che imperversa ormai da anni a Milano. Un po’ come Pizzarito e Pastarito che ho già visto, ahimè, affacciarsi minacciosamente anche a Bologna.

Pino: forse la catena di pizzerie a Bologna più conosciuta e consolidata. Da quando la concorrente Regina Margherita è arrivata in via Santo Stefano con le sue pizze soffici, anche Pino ha migliorato la ricetta. Da segnalare della stessa catena i locali in via Goito ed il mega hangar alla fiera.

Etruschi: secondo alcuni la pizza è buonissima, a me fa cagare. A Porta Saragozza, all’angolo dentro porta. Da alcuni chiamato I Fenici, non so per quale insondabile motivo. Da non confondersi con Speedy.

Il Buco alla Barca: ci andavo tanto tempo fa e facevano la pizza al metro. Ora non so neanche se esiste più.

Due Lune: alla Perla del Reno in zona Battindarno nell’area che apparteneva ad un ex cinema all’aperto. Il proprietario, Benito, gestiva precedentemente un’altra pizzeria, l’Amalfitana.

Totò: pizza sottile e croccante, in zona Pratello. Con un impasto ne fanno due, ma costa poco.

Belle arti dietro all’università e di fronte all’Annamaria. Il cuoco (italiano) è imparentato con una mia amica orientale che gestisce (o gestiva, è un po’ che non ci vado) un’altra pizzeria, al Mulino, in una traversa un po’ imboscata di via Murri verso il Mulino Parisio.

La Mela: in centro che più in centro non si può, dietro a piazza Maggiore, frequentata dal Lucio nazionale.

Via Andrea Costa detta anche boulevard pizzeria con le sue: Langouste, Ciclope e San Gennaro. La prima ha anche velleità di ristorante di pesce, la seconda è ampia e spaziosa, l’ultima è ritrovo sovente di chi esce dallo stadio dopo l’allenamento.

Tralasciando le varie e immense pizzerie della bassa, chiudo limitandomi a citare alcune tra le megapizzerie ai confini di Bologna: Cavallino Bianco a Rastignano, Tomi a San Lazzaro ed il Cuntadein meta consueta dopo il filmino allo StarCity.

Chi ho dimenticato?

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domenica, 26 marzo 2006

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TRE IN UNO

 

Quando, in epoche remote, mi capitava di portare una ragazza fuori a cena, se per caso era lei a dover decidere, due volte su tre mi chiedeva di essere portata da Silvio. Silvio è un posto che piace alle ragazze. Ok, LaSima, Aeiouy e Liz (le prime che mi sono venute in mente) mi faranno notare tosto che a loro Silvio ha sempre fatto tristezza ma, mettiamola così, quelle con cui mi è capitato di uscire sembrava non desiderassero altro che trovare uno che le portasse da Silvio.

Perché allora Silvio piace tanto alle ragazze?

Perché gli antipasti e soprattutto i dolci vengono generosamente serviti nella loro interezza e lasciati sul tavolo a voluttà del commensale. Praticamente l'apoteosi del quinto vizio capitale che provoca invece una forma di commossa gratitudine tra il sesso femminile.

Di locali così a Bologna ne conosco almeno altri due: l’Osteria Broccaindosso e la Bottega di Franco.

Ma torniamo a Silvio. Dentro c’è Silvio, appunto, che qualcuno mi dice essere il fratello del recentemente scomparso Silverio gestore dell’omonimo ristorante, che ti comincia a riempire il tavolo con ciotole e ciotoline di tomini al pepe, peperonata, mousse di mortadella, patè, fritti etc. etc. Ovviamente al momento di ordinare le pietanze si è già stravolti ed il più delle volte si cerca di tergiversare su una verdurina per riuscire ad arrivare il più presto possibile a darsi il colpo di grazia con i dolci. Personalmente trovo sia i primi che i secondi non di particolare qualità.

Per quanto riguarda i dolci non ci vuole troppa fantasia nel ricordare le seguenti accoppiate: torta al cioccolato (bassa) con ciotola di crema, meringa (alta quanto una scatola di scarpe) con bricco di cioccolato fuso, millefoglie alla crema, crème caramel e la bistrattata crostata che sebbene venga il più delle volte lasciata intonsa in mezzo a quell’orgia calorica, è forse la migliore. Ah dimenticavo, il gelato alla crema.

All’uscita, rintronato dal cibo vieni poi licenziato con un saluto a voce alta dei due camerieri in coro che suona all’incirca come: “Grazzie molte Grazzie!” che non ci sta a dire un bel niente e anzi aumenta l’irritazione di chi si sente già in colpa per il sovraccarico colesterolico.

Stando sempre dalle parti del centro si può riprovare lo stesso format sedendosi all’osteria Broccaidosso. Sicuramente un luogo più studentesco, l’ambiente è più informale con tavoloni e locale semplice, ma la varietà delle portate è assicurata. Tra gli antipasti mi ricordo, rispetto a Silvio, gli affettati con le tigelle e soprattutto la ciotola di pasta e fagioli fredda, traditrice come al solito. Anche lì i dolci vengono lasciati sul tavolo ad libitum ed i prezzi sono modici rispetto a Silvio. Ma devo essere sincero, è da molto che non ci vado. O perlomeno l’ultima volta fui scoraggiato dalla novità dell’introduzione dei due turni. Trovo fastidioso il doversi affrettare nel mangiare per lasciare il tavolo ad una certa ora o, viceversa, sedersi a tavola tardi magari finendo i dolci già iniziati da altri. Ma forse sono io intollerante perché laureato ormai da qualche annetto.

Last but not least la Bottega di Franco. Il locale è un rustico poco fuori il centro, arredato in maniera calda e retrò con l’illuminazione garantita da qualche lampadario a goccia e tante candele accese su vecchi letti di cera accumulati negli anni. Nel salone principale c’è un camino sempre acceso, da evitare con attenzione la sventura di trovarsi a porgergli la schiena, e addirittura una saletta privata al piano superiore con tavolo da due e caminetto per, inutile dirlo, mielose cenette.

Tornando al cibo, gli antipasti vengono serviti a “nastro” ma, se alcuni vengono lasciati sul tavolo a discrezione dei commensali (mousse di mortadella, insalata con uovo e melograno, cous cous con prezzemolo e uvetta, polenta taragna con gorgonzola), altri vengono serviti dai camerieri. La ricercatezza secondo me è superiore agli altri due locali, così come i primi ed i secondi (non di tradizione bolognese però). Anche i dolci vengono serviti dai camerieri, ma alla fine è meglio così evitando lo “strafoghìo” a cui un goloso come me è sovente vittima. Su tutti consiglio la crème brulè, la mousse ed il salamino di cioccolato. Franco è cordiale, un po’ più atipico invece il cameriere pizzomunito che ogni tanto ti apostrofa con un NO secco alle varie richieste di acqua o pane. Particolare del locale, un lunedì al mese organizzano la cena con delitto. Giorgio Comaschi nei panni del detective ed un manipolo di altri attori inscenano un delitto con successiva investigazione, mentre i commensali, attorno ad un unico tavolone, cenano tentando di risolvere il giallo. Tempo addietro partecipai divertendomi. Ora se non sbaglio la rappresentazione è cambiata e dovrebbe essere: “Il mostro della palude”. 

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domenica, 19 febbraio 2006

Dr.Dixie DOCTOR DIXIE JAZZ BAND

 

Volevo scrivere di tutt’altro, poi l’altra sera mi sono lasciato tentare dall’invito ricevuto dalla fondazione a cui appartengo ed ho messo piede di nuovo, dopo almeno dieci anni, nello scantinato che ospita le esibizioni della Doctor Dixie Jazz Band.

Appena entrato, sono rimasto meravigliato nel trovare più gente di quanta me ne aspettassi, ma scorgendo in lontananza il buffet, ho capito al volo: se magna! E perciò mi sono adeguato ed ho provato anch’io a rifocillarmi, ma inutilmente. Sembrava che la cavalletta latente in ogni invitato fosse emersa prepotentemente tant’è che ho abdicato per un paio di bicchieri di rosso.

Nel frattempo mi accorgo che i posti a sedere cominciavano a scarseggiare per cui decido di accomodarmi dietro ad una colonna quando vedo la mia fanciulla che si sbraccia trionfante mostrandomi due posti proprio di fronte al palco. Così ci sediamo gongolanti e ci prepariamo a goderci lo spettacolo (per poi scoprire solo alla fine del concerto che quei posti normalmente venivano assegnati alle mogli dei musicisti).

La cantina è del 500 e sotto di essa scorre l’Aposa che con il suo defluire condiziona anche la stagionalità delle esibizioni. Sì, perché la band si esibisce da ottobre fino a maggio, poi l’umidità diventa così insopportabile da costringere i musicisti ad interrompere le performance e soprattutto a spostare il pianoforte che nel corso degli anni è già stato sostituito un paio di volte  a causa dell’obsolescenza accelerata dovuta all’umido.

Sulle pareti è appeso un memorabilia di oggetti, locandine dei concerti storici, dischi incisi, foto autografe dei musicisti che hanno suonato con la band e gagliardetti dei club, sportivi e culturali ospitati (uno in particolare mi riporta all’ultima volta che sono stato lì).

Si sente l’odore degli anni, come peraltro viene ricordato dalla targa in ottone che riporta la celebrazione del trentennale della band 1952 – 1982 e che, fatti i conti, ci fa capire che abbiamo di fronte un’avventura che dura dalla bellezza di 54 anni.

Le presentazioni di rito sono affidate al Professor Giardina, tromba della band e professore di Ginecologia all’Università di Bologna. Giardina fa ridere, è simpatico, anche se viene definito il dittatore per la caparbietà con cui dirige la band. Prima di cominciare si accende una sigaretta, chiarendo che lì è lui l’unico autorizzato a poter fumare, gli altri se vogliono possono accomodarsi fuori. Prosegue raccontandoci che la band è formata da professionisti di varia estrazione, oltre a lui c’è il pianista avvocato, il trombone assicuratore, il bassista poliziotto ed il sassofonista chimico. Un musicista a tempo pieno c’è ed è il suonatore di vibrafono, un tal genio che di nome fa Annibale Modoni che, per talento, se la gioca con l’assicuratore Checco Congiglio al trombone. Tra le gag raccontate spicca fra tutte quella della rivalità fra due celebrità che frequentarono la band negli anni ’60: Pupi Avati ed un giovanissimo Lucio Dalla di cui, a parere di Giardina: “Uno era dotato di tecnica mentre l’altro di talento”. Riferendosi poi a quello “senza talento”, ne ha ricordato i film diretti in cui la band si esibiva tra cui Jazz band, Dancing paradise, Accadde a Bologna ed indirettamente nel recente, nonchè a mio parere pessimo, Ma quando arrivano le ragazze. Conclude quindi citando gli altri grandi che si sono succeduti nelle collaborazioni con la Doctor Dixie: Paolo Conte, Jonny Dorelli, Renzo Arbore e gli scomparsi Hengel Gualdi e Romano Mussolini.

E così, snocciolando brani storici da Caravan di Duke Ellington alle “Armstrongniane” Stardust, Do You Know What It Means To Miss New Orleans e When the saints go marching in, passano piacevolmente più di due ore. La Doctor Dixie, come citato prima, suona da ottobre a maggio, tutti i venerdì e come ci ricorda Giardina gli unici a pagare sono sempre e solo i musicisti: l’entrata è libera. Musicisti che, tra l’altro, non provano mai prima. È l’esibizione stessa ad essere prova e performance allo stesso tempo.

Ma bisogna muoversi. Ad aprile 2007 la Doctor Dixie Jazz Band chiuderà i battenti per sempre per evitare che si riduca, come Giardina sottolinea con un pizzico di malinconia, in una band di zombi.

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domenica, 29 gennaio 2006

0.jpg BULAGNA I SO' FAT LA SO ZANT

 

Con questa frase, ammiccante in calce all’effige di Ivano Biagi fondatore dell’omonimo ristorante, sarete accolti nel nuovo locale in cui il figlio Fabio ripropone l’arte familiare di cucinare e servire piatti bolognesi. 

Vorrei raccontare del ristorante Biagi traendo spunto dalla conoscenza personale di Fabio e attingendo dai miei ricordi. Lascerei dunque perdere tutte quelle informazioni di convenienza che potete tranquillamente leggere sul sito, concentrandomi piuttosto sulle tre evoluzioni che ha avuto il locale mantenendo sempre il minimo comune denominatore della presenza della famiglia Biagi.

La genesi (e per alcuni anche la conclusione n.d.r.) ha avuto luogo alla rotonda di Casalecchio, quella che ormai viene definita la city emiliana data l’elevata densità di istituti di credito presenti. Ecco, lo storico locale ha avuto origine proprio lì ed è lì, di fianco al distributore di benzina della Esso, che si è sedimentata anno dopo anno la sua tradizione.

Il ristorante me lo ricordo pieno di oggetti che ora avrebbero senso solo in una bottega di modernariato, ma che una volta potevano sembrare ricercatissimi, come quegli enormi specchi con sovra impresso le marche di amari o di caffè oramai scomparse o assorbite da qualche big company d’oltralpe.

In quel periodo, il ristorante era ancora saldamente gestito dal padre di Fabio che ovviamente ERA il locale stesso e lo caratterizzava inequivocabilmente. Di Ivano mi ricordo le lamentose commiserazioni che ti riservava se veniva a ritirarti il piatto “che” non avevi finito tutto, oppure quando già satollo dei suoi primi osavi ordinare una qualche insalatina o verdura cotta invece del secondo. Ivano, come del resto Fabio, godeva di una corporatura importante che in una qualche maniera lo aiutava ad interagire con gli avventori. Tipo quando, attendendo di prendere la comanda, ti appoggiava con nonchalance la “buzza” sulla schiena obbligandoti a genufletterti per tutto il tempo dell’ordinazione. Oppure, come quella volta in cui assistetti ad un’involontaria ma spassosissima ola di teste di commensali spinte in sequenza verso il proprio piatto da un Biagi padre intento ad avanzare, con le braccia protese verso alto al fine di portare i piatti, fra due lunghe e molto ravvicinate tavolate.

Mentre per quanto riguarda i ricordi che ho di Fabio e del suo ristorante, sebbene non siano tanti avendolo conosciuto pochi anni prima della chiusura del locale di Casalecchio, sono perlopiù legati alle uscite in balotta che facevamo insieme. Mi ricordo i rientri a tarda notte dalla discoteca con fami chimiche mostruose ed il buon Fabio che, facendoci passare dalla porta di servizio del ristorante (che era poi il portone di casa sua), ci faceva entrare di sottecchi in cucina dicendo: “Oh ragazzi mi raccomando, non cominciate a spiluzzicare tutto quello che trovate, battezzate una sola cosa e finitela!”, mentre lui cominciava a dar giù di affettatrice alla mortadella. Purtroppo, però, ci dovevamo soddisfare solo con cibi freddi tralasciando normalmente la cosa a cui Biagi deve la sua fama più di ogni altro piatto: i tortellini. I tortellini di Biagi che di norma sono caratterizzati da dimensioni più ridotte rispetto a quelli tradizionali e che devono poter essere contenuti al massimo in, non-mi-ricordo-più-quanti, dentro un cucchiaio. Personalmente li trovo un po’ troppo piccoli, ma la maestria sta appunto nell’avere delle sfogline con delle dita così abili da poterli fare così minuti. Dal canto mio, ho sempre in mente un’altra sua specialità che ritengo sia uno dei suoi prodotti migliori: la crema. Prodotta artigianalmente con il doppio dei tuorli necessari, almeno a vederne il colore, veniva proposta sia sottoforma di zuppa inglese che di gelato.

Altra idea di Fabio era quella di organizzare cene per gli amici a base di tartufo in cui ognuno si faceva comprare il proprio tubero grattugiandoselo ad lìbitum sulle portate preparate ad hòc: tagliatelle al burro, cotoletta e per finire anche sul gelato.

Poi vennero gli anni bui e Biagi a seguito di una serie di avvenimenti fu costretto a chiudere ed a spostarsi in centro rilevando il locale che aveva ospitato lo storico ristorante “Alla Grada” ribattezzato, sia per godere dell’avviamento precedente, sia per rendere onore alla passata gestione “Biagi alla Grada”. Vuoi per l’importante investimento fatto, vuoi per la svolta diversa impressa alla cucina e forse anche per la disaffezione di alcuni clienti, Biagi è stato costretto a chiudere nuovamente il locale nel 2004 per poi riaprire un anno dopo, arrivando così alla terza ed ultima evoluzione, sulle ceneri dell’Osteria della Lanterna che, pensate un po’, è stata rinominata “Biagi alla Lanterna”. E qui ancora una volta Fabio, sua sorella ed alcuni dei fidi aiutanti hanno ripreso l’attività di un tempo come se nulla fosse successo.

D’accordo, qualcosa dell’antico è andato perso nei traslochi, forse impregnato nei muri dei vecchi locali o forse anche nel tentativo di Fabio di allineare la cucina ai tempi. Ora, se vi capita di andare, sappiate che Fabio spinge un po’ troppo secondo me sui tortellini alla panna. Non so come mai, ma voi insistete per quelli in brodo e poi lasciatevi tentare da un menù che ormai conosco fin troppo bene come il roast beef al barolo o la cotoletta alla bolognese, avendo la consapevolezza che questa volta potete limitarvi ordinando anche solo l’”insalatona Biagi” come secondo.

Ma se volete la prova del nove che siete proprio da Biagi e che la tradizione al fin non va mai persa, finite il pasto ordinando il gelato alla crema. Mentre lo gustate potreste avere come la sensazione di qualcosa di prominente appoggiato alla vostra schiena.

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domenica, 15 gennaio 2006
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MAGNER A BULAGNA

 

Bologna crocevia di cibo e cultura, Bologna dove da sempre il binomio gastronomia e intellettualità ha corso parallelo, spesso intersecandosi, come il famoso detto “grassa e dotta” ci ricorda. Bologna dei grandi ristoranti storici che vanno via-via piegandosi alle regole di mercato e che stanno perdendo nel tempo l’autenticità ed il significato di sedersi a tavola per il solo fine di nutrirsi bene. Ristoranti che ormai legano il proprio significato al pezzo di carta che viene consegnato alla fine del pasto e che molto spesso vuole esserne l’unico metro di esclusività: il conto.

Ma non è ancora troppo tardi, resiste ancora qualche angolo di vecchia Bologna nascosto dietro a qualche insegna del centro, sebbene sia sempre più difficile trovarne: Fuori dalla città magari si trova qualcosa di più, ma noi dello Spettro dobbiamo limitarci nelle divagazioni al di fuori delle mura.

Dicevamo dei vecchi ristoranti di tradizione, con storie più o meno recenti ma che conservano ancora quel sapore retrò non solo nei muri ma anche nelle persone che li gestiscono. Ecco vorrei cominciare questo excursus con uno dei miei favoriti, il ristorante con l’insegna del maiale adagiato: Da Bertino.

Ebbi il piacere di conoscere Bertino grazie ad una colazione di lavoro quando ancora lavoravo in via Lame. Fui attirato dalla vetrina che esponeva i cestini di tagliatelle appena tirate. Varcata la soglia mi ritrovai sbalzato indietro di almeno quarant’anni grazie ad alcuni particolari che verrebbero ritenuti démodé anche dall’arredatore d’interni più smaliziato quali: muri ricoperti per tre quarti da impiallacciature di finto legno su cui sono appese vecchie foto b/w di Bologna, il cestino del pane in acciaio tipo vaschetta dei ferri del chirurgo, ma soprattutto il mitico carrello dei bolliti/arrosti che se esaminato attentamente rivela particolari di classe. Innanzitutto la bombola sotto il vassoio che alimenta il fornelletto per mantenerne il contenuto caldo, poi il piattino sporgente in acciaio per sostenere il piatto di porcellana durante la composizione del suddetto e poi appoggia coltelli e porta burazzo che colpiscono per la meticolosità della progettazione.

Normalmente il carrello viene spinto dal Sig. Bertino in persona che, una volta indossato il camice bianco aiutato dai suoi camerieri (operazione svolta con sempre maggiore difficoltà con il passare degli anni), si aggira mansueto e minaccioso allo stesso tempo brandendo un coltello/machete che usa per tagliare con perizia gli arrosti e soprattutto i bolliti. Questi ultimi rappresentati come nella migliore tradizione da muscolo o lesso che dir si voglia, lingua (che per chi non l’avesse mai vista assomiglia ad una grossa lumaca senza guscio) e testina. Particolare menzione va a quest’ultima la quale trattasi di due teste di mucca svuotate dal cranio e legate strette-strette con una retina.

Mmmmh, a chi non è venuto un po’ di appetito?

Comunque a parte questo ci sono ottimi arrosti e prosciutto al forno, nonché il fritto bolognese che oltre alla crema comprende altri organi animali su cui non mi dilungherò. Facendo un passo indietro sui primi mi limito a ricordare i due piatti assaggiati e cioè tagliatelle e lasagne al ragù entrambi degni di menzione. Per concludere il carrello dei dolci propone oltre alle ciotole di zuppa inglese e crème caramel molto validi, le pesche con l’amaretto che a me risvegliano ricordi ancestrali.

Come lascia presagire il nome del locale e la presenza del titolare all’interno, la gestione è squisitamente familiare ed infatti alla cassa c’è la figlia che fa di conto, imperdibile nelle sue minigonne ardite ed acconciature aggressive (tenete conto che Bertino è ottuagenario e che la figlia non è di certo una teen-ager).

Ultimo particolare degno di nota sono i due camerieri che ad i più attenti non sarà sfuggito essere i due camerieri che una volta lavoravano in quello “squisito” locale che è Paolo a porta S. Mamolo di cui PonyLuna ha fornito una sordo-ironica ma efficace recensione. Bene uno di questi camerieri (quello con il naso ed il bulbo lungo all’indietro) non è a posto e se qualcuno al tavolo non gli va a genio lo prende di mira senza ritegno. Consueti i suoi fastidiosi complimenti al nodo della cravatta quando ti fa sedere: “Magnifico nodo oggi dottore!”, come anche quella volta che davanti ad un mio collega inglese, ovviamente interdetto davanti al menù in italiano, non gli concesse che pochi secondi prima di rivolgersi verso di me con aria di sufficienza e dire: “ Oh, di ben al tuo collega di andar a letto presto la sera!”.

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